Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

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Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.