[oldies-eds] Frammenti di non amore.

..bought a ticket for a runaway train
like a mad man laughing at the rain
little out of touch little insane
just easier than dealing with the pain..
(“Runaway Train”, Soul Asylum)

Ricordo che se ne andò con rabbia, per rabbia.
Dopo una lite come tante, prima di dormire.
O forse lo pensai io sola.
Un rumore, un sobbalzo, e nella stanza d’albergo
il letto vuoto era una dichiarazione
tanto netta da far rabbrividire. Le parole
guariscono, ho pensato. Si può parlare.
Il silenzio accusava, invece. Senza tregua.
La notte trascorse ad occhi spalancati, immaginando
la vergogna dell’andarsene al mattino, sola,
donna usa e getta. Rumori di gente
e di altre vite dietro le porte, e silenzio,
da affogarci. Alle cinque un taxi per
sfuggire agli occhi del portiere.
Alle sei un treno per tornare a casa.
La comprensione, quella mai.

Le notti sono orribili, lo sai?
Le notti sono lugubri paludi, e tu dormi.
Al mattino so di non avere quel coraggio,
ti giuro sempre di aver dormito bene.
E la mano corre a stringere la tua, che quasi
sempre ritiri, nel sonno.

Uno sgattaiolava via nel mezzo della notte,
sgusciando giù dal letto, bel sorriso e squame
di serpente fuori dal lenzuolo.
A metà dei sogni una parola bofonchiata, molto
spesso “moglie” a volte “amore” altre nemmeno un
sussurro. Un’impronta sul cuscino e una sul cuore,
istanti da raccogliere insieme ai vestiti rimasti
sul pavimento. Briciole delle briciole, a cesare
quel che è di altre, e prima di altre ancora.
Una volta sola rimase fino alla mattina.
Per dire che non sarebbe più venuto.

Ogni risveglio è uno schiudersi del guscio.
Ogni volta che mi guardi è nell’imprinting che
io spero. Mi stupisce che tu mi riconosca, ogni
volta, che tu non abbia mai sbagliato il nome
con cui mi chiami. Fino ad ora.

E ancora lettere, come cappi, astuti lazi al mio
collo di bestiola fremente, cieca. Lettere
a smentire la realtà, ti amo mentre me ne vado,
ti penso mentre rido altrove, ti prego non
andare detto spalancando porte, così scriveva
quello, così fingevo io che fosse vero.
Così ho creduto vero un divertente equivoco,
le stesse strade illuminate che percorse a ritroso
danno vertigine, tanto alta è la vergogna che
ho di me. Tutta qui, racchiusa nella mano
che porto alla fronte, sta la mia credulità.
Ti amo come un mantra scaccia ramanzine. Che
spreco di carta, di inchiostro, di vita.

Quando finisce la domenica guardo al treno
come un nemico da combattere. Andarsene, staccarsi,
caricarsi come un pacco sui sedili puzzolenti e sorriderti
dietro un vetro opaco, rispecchiandomi a mezzo,
non è abitudine, è guerra. Di ogni treno mi dico
“è l’ultimo che prendo”. Non ho deciso, ancora,
in quale direzione.

Annunci

Me, Argo.

Siamo amiche da quasi 20 anni. Non ci siamo frequentate per dieci, però.

Lei, pochi giorni fa, davanti ad uno spritz:
“Vedi? Sei un pilastro. Tutti noi torniamo da te.”

Sarà che sono pure l’unica che vi ha aspettati, uno ad uno?
Quello mica era un pilastro.
Era un cane.