degli amici che puoi felicemente perdere nell’età adulta

Quando sei giovane per ogni amico che va, c’è un amico che arriva.
Il giro sociale in genere è grande, la rottura di palle di restare a casa una sera è immensa, l’ingenuità la fa da padrona, ed è facile sia litigare che conoscere qualcuno di nuovo. Per ogni amico che va comunque c’è una piccola tragedia, delusione, alti lamenti. Perdere un amico è una delle cose più dolorose che ci siano.

Quando arrivi poi nel magico mondo degli over trenta, col tuo manipolo di amici-amici, quelli che ti sei portato avanti dai tempi del lego a quelli del clerasil, e dai tempi del clerasil a quelli del fondotinta COPRENTE, capita che ti guardi intorno e pensi “Caspita, eran trecento (ah, no, quella era un’altra storia), insomma eravamo tanti e adesso guardaci qui, siamo quattro gatti”. Spelacchiati.
Eppure, roba da non credere, vuoi il tempo vuoi la pigrizia vuoi la età che smussa gli spigoli, ma affila la lingua, anche tra gli amici che ti hanno fatto compagnia per quattro lustri della tua vita c’è qualcuno che vorresti, spereresti e tutto sommato, diciamocelo, POTRESTI, perdere per strada. Se necessario, usando il metodo della mamma di Pollicino.

Quello che ha i figli-Attila, e per questo non esce di casa.
Era un ragazzino educatissimo, ma da quando s’è riprodotto ha sposato in tutto e per tutto le teorie del bambino libero, naturale, slegato e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è che suo figlio è un’arma di distruzione di massa nonostante non raggiunga ancora il metro di altezza. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal tavolo alla televisione al cellulare alla tua pazienza, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che alzano gli occhi al cielo, ti sorridono beati e ti domandano a gesti se vuoi ancora vino, perché parlare al di sopra delle urla disumane del pargolo è IMPOSSIBILE.
Questi amici non solo non escono mai, nemmeno per un caffè di pomeriggio, non solo non cucinano mai, nemmeno se ti invitano alla cena di capodanno, non solo ti chiederanno puntuali come orologi svizzeri di portare tu la pizza perché loro stanno occupandosi dell’erede, ma trovano assolutamente normale che tu non possa mangiare perché il figlio ha deciso di giocare con la TUA pizza, o con i tuoi capelli, o con il tuo cellulare, o sopra la tua panza. Ogni serata si trasforma in un incubo, a sbirciare l’orologio già alle otto, e siccome il bambino deve vivere ai suoi ritmi quando torni a casa devastato alle undici di sera, lui è ancora al centro del salotto che suona la batteria. A tre anni.
Darsi malati. Sempre. Comunque. Dovunque. “Ma mi ha detto Alfonso che vi siete visti!” “Sì ma io non voglio mica contagiarti il bambino!”

Quello che ha i figli-Attila, e li porta a casa tua (perché al ristorante chiedono i danni. Veramente.)
Esattamente come sopra, a spese tue. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal TUO tavolo alla TUA televisione al TUO gatto, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che non proferiscono verbo, se non per lamentarsi con te quando il gatto decide di salvarsi la pelle ed osa graffiare il ragazzino che lo stava battendo come fosse un tappeto.
Appena ti giri il ragazzino è scomparso e lo trovi che sta tentando di allagarti il bagno, dopo aver tappato lo scarico del bidet con dei tampax. Agli occhi dei genitori, sarà colpa tua che non usi all’uopo delle foglie di banano biodegradabili.
Dichiarare affranti che il gatto ha la rogna, la peste bubbonica ed una rara forma di diarrea contagiosissima per l’uomo, specie per quelli di altezza inferiore al metro.

Erode.
Quello che al contrario i bambini non li vuole vedere nemmeno in fotografia. E quel locale no, e non verrà mica tizio col figlio, e non verrà mica tizio con la figlia (NO, la figlia ha 16 anni, esce da 3 per i cazzi suoi!), e in quella pizzeria lì una volta c’era una famiglia con un neonato, metti che tornino! E non nominare tuo nipote, e non nominare qualunque individuo non maggiorenne, dotato di patente e contribuente fiscale. Ecchemaroni. In genere l’Erode si elimina da solo, col naturale progredire delle gravidanze altrui. Glissare, in alternativa scegliere solo locali con sala giochi e parchetto.

Quello che un giorno si fidanza e scompare.
Sì, tecnicamente lo avresti GIA’ perso per strada, Il problema con quelli che si fidanzano e scompaiono è che spesso il microcosmo tu-io-io-te-io-te-tu-io implode, rendendoti i resti da raccogliere col cucchiaino di quello che una volta era tuo amico. L’altro problema è che in genere la categoria “fidanzati e PUF!” è recidiva, quindi tendono a riproporsi come gli agenti della Folletto, per altro avendo sempre meno gente A CUI riproporsi. Finché non rimani tu, solo tu, sempre tu.
Con questi però si fa prestissimo perché basta cambiare numero di telefono tra una fidanzata e l’altra.

Quello, o quella, che c’ha la crisi di mezza età quindici anni in anticipo.
Questo amico, che spesso è un’amica, era una persona normalissima, gradevole, divertente. Poi un giorno ha visto avvicinarsi gli anta a grandi falcate e per reazione ha deciso di tornare velocemente ai 16 anni. In primis ci torna con l’abbigliamento. Poi con la scelta del locale in cui vi vedete (ovviamente bandite le cene in casa, perché fanno vecchio e stanco). Da ultimo cambia l’atteggiamento nei confronti dell’altro sesso. Flirta con il cameriere, con il barista, con l’omino che vende le rose, con il collega incontrato per caso, con chiunque abbia nella nutritissima lista amici di facebook, col condomino, coi padri dei bambini del nido del figlio (sostituire pure madri/figlia), flirta perfino – di fronte a te – col vicino di posto a tavola.
Che è il Tecnologico.
La soluzione, in questo caso, è un buon avvocato penalista.

M’è scappata la pazienza. Qualcuno l’ha vista?

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del colore del grano.

Quando stai insieme a qualcuno, dopo un poco di tempo in automatico inizi a memorizzare i suoi orari e le sue abitudini, e l’altro i tuoi. In linea di massima si inizia col sapere cose come a che ora si alza, in che orari lavora, quando non chiamare assolutamente perchè fa la pennica (gioca l’Inter), quando è troppo tardi per la buonanotte perchè sta sicuramente già dormendo. Poi ci si evolve nel sapere tipo che è allergico alle pesche, lui si abitua alla frase “non correre che ho i tacchi” oppure “non fumare in macchina” o a bloccarsi davanti alle vetrine di tezenis come un bracco in punta se non vuole perderti nel marasma del sabato pomeriggio. Diventa sapere che odia la zucca (addio, risottino autunnale amatissimo), che non devi farlo parlare di politica coi tuoi, che per tenersi sveglio in macchina ascolterà i Pantera, e lui per contro ti farà il risotto con le pere ed il taleggio perchè la zucca no, si guarderà bene dal nominare Bertinotti a casa dei tuoi, metterà i Pantera a tutto volume pregustando il momento in cui tu sussurrerai che è comprovato che i Pantera provochino secchezza vaginale.

Sono tutte cose piccole che pian piano arrivano in automatico, di aggiustamento in aggiustamento, di scoperta in scoperta, di parola in parola. Inizi a spuntare nomi come giovanna, elisa e francesca da quelli papabili per presunte future figlie perchè sono le sue ex, i pomodori spariscono dal tuo frigo perchè la gastrite non perdona, il mercoledì lui dice vaffanculo al cinemino perchè c’è la champions e tu non ti schiodi dal divano, il tutto senza doverlo ripetere ogni giorno.

Diventa talmente parte del quotidiano che poi, se vi lasciate, sono quelle che cose che ti fanno più male: la telefonata delle sette di mattina, che c’hai ancora
gli occhi gonfi di sonno ed a momenti la fai in automatico senza accorgerti. Adesso sarà sveglio, adesso sarà in macchina, adesso al lavoro. Sono le 19 chissà dove fa aperitivo. Passa quella canzone alla radio. Non compri i pomodori nemmeno se sei sola perchè oramai non ti viene più, e quando torni a casa col sacchetto del Super ti senti imbecille. Ti accendi una sigaretta in macchina e ti mostri il medio allo specchietto. Esci senza rossetto per far dispetto a qualcuno che manco ti
vede. A me è capitato di urlare alla tele “dannazione, non mi ruberai anche il Milan”.

Io non ne sapevo tanto di storie lunghe. Fino ai venticinque la mia frase mantra era “ma anche no”. Uscire sì, divertirsi sì, trombare sì, fidanzarsi anche no, paranoie anche no, innamorarsi anche sì ma raramente coincidevano i sentimenti. Quindi toh, sei mesi, un anno massimo, ma proprio massimo, e spesso un anno affollato. Di altri.
Poi è arrivato il Metempsicotico e lì mi si è aperto un mondo.

Mi ricordo un giorno che eravamo all’estero nel museo dedicato ad uno dei miei pittori preferiti, e lui passando da una sala all’altra ha riso ed ha detto “Toh qui inizia a non piacerti più”. Ed aveva ragione, ed ho pensato cazzo è la prima volta in vita mia che qualcuno mi conosce così bene da sapere perfino in che punto preciso smetto di amare picasso. Ti pare? Sembra impossibile. Deve essere amore.
E mi ricordo anche un giorno, quando già la storia stava tendendo al marrone, che m’ha chiamata mentre ero fuori a cena ed ha indovinato cosa stavamo mangiando sia io che la mia amica, e lei m’ha detto “ma come fai a lasciare un uomo che sa perfino i gusti delle tue amiche” ed io mi sono letteralmente sentita soffocare.
Sembrava amore, ma forse era mania di controllo.

Una volta ho letto in un libro di aforismi la frase “Un marito è qualcuno che sai sempre dov’è.”
Adesso che convivo mi sembra così stupida ‘sta frase, io il Tecnologico non so mai dov’è, fa il commerciale! Ma ne capisco il senso, mi alzo la mattina sapendo se avrà freddo o no, capisco di che umore è da un sopracciglio, so che avrà già steso le lenzuola, ma avrà scordato le crocchette dei gatti, so quali videogiochi rovineranno la mia vita sessuale per una settimana e che non importa se lascio casino nella doccia perchè lui mi sturerà lo scarico invaso da capelli senza che
io nemmeno lo veda. Adesso che convivo non so se durerà per sempre o se finiremo un giorno a lanciarci i piatti e spezzarci il cuore, ma penso di poter dire con certezza che per me, per l’eternità, ci sono delle cose che saranno LUI e che non riuscirò mai più a scindere da lui, un poco come diceva la volpe del Piccolo Principe.

Il mio “colore del grano”:
1. Gli orrendi Pantera (gente che rutta a perdifiato facendo rotolare pentole giù dalle scale – cit.)
2. La nostra canzone, di un gruppo che ha scritto solo quella prima di cadere nell’oblio com’è giusto che sia.
3. Mass Effect 3
4. Cinque piani di scale.
5. Chiamare amichevolmente “Zola” il gorgonzola. Per me Zola era quello che ha scritto “J’accuse!”.
6. Il Pulp, che non esiste neanche più.
7. Empty cantata sotto la doccia, che manco un gatto in amore.
8. Armi. Da fuoco, da taglio, ipermoderne, antiche, pallosissime armi, storia delle armi, funzionamento delle armi, meccanica delle armi, posso farti vedere un video di armi, oh guarda, delle armi.
9. Essere aguzzi invece che acuti.
10. Le lasagne. Di sua madre.

Se qualcuno passa di qui ed ha voglia, mi piacerebbe leggere i vostri:)

la tradizione del pelapatate

Un bel po’ di anni fa. Milano. Neve, freddo becco, casa di un amico.
Vorrei fare una zuppa russa. Devo pelare delle patate. Non trovo il pelapatate da nessuna parte.
“Dov’è il pelapatate?”
“Il che cosa come?”
“Il pelapatate!”
“Io non ho un pelapatate!!”
“COME IO NON HO UN PELAPATATE?? E’ INCIVILE NON AVERE UN PELAPATATE!!”
“….’saggerata!!!”

[Il giorno dopo sono uscita, gli ho comprato un pelapatate e gliel’ho regalato con biglietto con scritto qualcosa tipo ciao, ora sei un vero ometto. Miracolo che non mi abbia sparato: ha dieci anni più di me!]

Alcuni mesi dopo sono andata a vivere da sola.
L’amico di cui sopra mi ha portato il classico regalo “di buona casa”, diviso in due pacchetti. Uno era un contenitore per il caffè (altra mia grande disperazione, in casa sua il caffè non esisteva).
Uno un pelapatate.

Il mio regalo di buona vita per l’amica partita verso altri mondi, cavalcando questa tradizione di buona fortuna, è stato un pelapatate. Oramai è sempre un pelapatate, con tutti gli amici: è diventato il modo di dire tante cose. Sono felice per te. Sei famiglia. Ti voglio talmente bene che posso farti un regalo da un euro che per te varrà milioni. Vuol dire mi fido di te e so che ce la farai. Vuol dire eh cazzo ma invitami a cena, eh.
Una volta era la saliera, si vede che il mondo evolve.

Micci, ti mancheranno milioni di cose, ma facciamo le scaramantiche, il pelapatate fattelo regalare da un’amica, su.