Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?

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Ho comprato un Harmony. E cambierà la mia vita.

Quand’ero ragazzina prendevo molto in giro mia madre, donna colta e carrierista, per la sua abitudine squisitamente estiva dell’acquisto delle grandi raccolte Harmony, che fossero rosa, verdi, gialle o blu. Il colore determinava la categoria: il rosa era il grande classico, lui uomo affermato e cattivo come il tetano, lei spaventata colombella diciottenne illibata; il giallo era romanticismo col mistero, qualche assassinio, un rapimento, tante trombate ed una soluzione rapida; il blu se non ricordo male era quello dove lei non era vergine, una specie di “amore adulto”, il verde erano “I Jolly”, quelli in teoria moderni, anche se non ricordo moderni in cosa.
Nella casa in montagna gli scaffali pullulavano di ‘sti romanzi da 100 pagine. Un’estate, rimasta senza nulla da leggere, ho pensato “vabbè dai proviamo”. Per far passare un pomeriggio, di Harmony devi leggerne cinque, ma il loro pregio è che puoi rileggere gli stessi cinque tutta l’estate senza mai ricordare la trama: la trama dell’Harmony era sempre quella, lui è stronzo e pensa male di lei, lei è una figa pazzesca col coraggio indomito di un porcellino d’india, lui la tiranneggia, la insulta, la minaccia, la stalkera, la molesta, lei si rode per tutto il libro perchè lo ama da morire, lui alla fine confessa di amarla da pagina due in avanti. Grandi baci e felicità.

Questo accadeva vent’anni fa.
Ieri, alla vigilia di un weekend senza Tecnologico causa impegni lavorativi, con la prospettiva di una giornata in piscina on my own, mi sono fermata in edicola per comprarmi un giornale qualunque e “Toh, guarda, ci sono le grandi raccolte Harmony!”
Per cinque euri davano cinque libri. Facciamo ‘sto investimento, ho pensato. Sono passati venti anni, quindi anche la trama di questi libri sarà un po’ cambiata, no? Mica son più gli anni ottanta!

No.
Dunque apro questo libretto che si intitola “La Rivincita”.
La sagra della follia!

Lei, ventiduenne VERGINE ILLIBATA che si trasferisce a NY da qualche buco di culo tra i campi di grano dell’america rurale, e finisce a fare la commessa per una casa di moda importantissima, senza parlare le lingue, senza sapere un cazzo di moda, senza aver fatto il college, così, a botta de culo.
Lui è il virilissimo, cattivissimo, strafighissimo STILISTA di suddetta casa di moda.
Avete capito bene: uno stilista VIRILE. ETERO. Maschio simil-siculo dell’ottocento.
Già qui. Vabbè.

Ora, lei è bassa di statura. Una figa pazzesca, una bambolina, blablabla, però è alta come me. cioè zero.
Lui una mattina si sveglia e capisce che il futuro è una linea abbigliamento per donne nane.
Dal nulla, senza mai aver detto a ‘sta cazzo di commessa “buongiorno signorina”, la fa chiamare in studio dalla segretaria, e appena lei entra le INTIMA DI SPOGLIARSI. Seguono vaghe minacce ed insinuazioni sulla trombabilità di lei, finchè l’uomo perde la pazienza, la obbliga a restare in mutande e prova stoffe su di lei fino a quando lei sviene per il digiuno prolungato.

Da dove inizio? Molestie sessuali? Minacce? Tentato stupro?
Qualcuno ha idea di cosa succede se un datore di lavoro obbliga una dipendente ad una mansione fuori ruolo fino a causarne lo svenimento?
No?
Io sì.

Nella realtà, la 22 vergine illibata del profondo Ohio fa causa, la stravince, e vola ai Caraibi a godersi i soldi del viril-stilista.
Nel libro Harmony, lei si innamora pazzamente.
Ma non è finita qui.
C’è una meravigliosa scena in cui loro, sul finire dell’inverno, ripeto SUL FINIRE DELL’INVERNO, vanno a fare una passeggiata tra i boschi in montagna, dove il nostro prode ha uno chalet.
Lui la porta a vedere un torrente naturale, e lei – SUL FINIRE DELL’INVERNO – cito testualmente:

“senza nemmeno pensarci, si tuffò nelle acque di un limpido ruscello”.

Cioè fa un freddo porco, sei in montagna, vestita di tutto punto che cammini tra i boschi, lui ti dice “guarda c’è una fonte d’acqua” e tu, tu giuovane decerebrata con l’imene di ferro, TU TI TUFFI DENTRO AL RUSCELLO.

Che poi non si può “tuffarsi” dentro un ruscello. Cazzo il ruscello è profondo 10 centimetri. Si chiama ruscello per questo, altrimenti sarebbe un laghetto, un fiume, una piscina termale.

Ma non paga di questo, quando giustamente il povero cristo la riporta in casa e le dice beh senti stanotte noi si dorme qui, visto che sei fracica ed io non ho l’asciugatrice, lei si inalbera:
“Non posso! Cosa penseranno di noi?!”
Ma chi? Gli scoiattoli? Gli abeti? I tronchi di legno?
Lui ovviamente ha la soluzione: ti sposo appena torniamo così dormi serena.

A questo punto io guardo la data di pubblicazione: anno 2009.

Bene. Se nel 2009 qualcuno può scrivere una merda del genere, essere pubblicato e viverci, oh allora voglio farlo anche io.
Un futuro luminoso mi attende: ho conosciuto tanti di quei dementi che posso scrivere una saga rosa senza invertarmi una sillaba.

Devo solo trovare uno pseudonimo. Verba Disfunzia potrebbe non essere adatto.
Ma cazzo, dai.

Il giorno 6 (due ritratti e mezzo)

Gì era la mia compagna di banco del liceo. Eravamo nella stessa scuola già alle medie, e già alle medie era bella. Avete presente quant’è difficile essere belle a 12 anni?
Alta, bionda, elegante di modi. Buona come il pane, intelligente e piena di interessi, ma non le veniva mai riconosciuto: giovanissima, radiosa, formosa e ben vestita, c’era davvero poca gente tra l’invidia di noi ragazzine secche e l’ormone di tutti i maschietti, in grado di fermarsi a guardare oltre l’aspetto.
Al liceo l’incredibile scoperta: si poteva essere amiche, io, coi lividi sulle gambe, il sarcasmo selvatico ed un armadio di jeans e magliette, e Lei, che a sedici anni aveva già il gancio per appendere la borsetta al tavolo, non so se mi spiego, una roba che è uscita dieci anni dopo, io manco ce l’avevo una borsetta a sedicianni.
Lei ascoltava de andrè, lei mi ha fatto scoprire la yourcenar, lei aveva un amore infelice tra alti e bassi con un compagno di squadra del mio, di amore infelice tra alti e bassi. Lei aveva un’insicurezza di fondo che la obbligava ad essere sempre carina con tutti, anche con quelli che proprio non se lo sarebbero meritato. Io avevo un’insicurezza globale che mi portava a stecchire la gente alla prima battuta.
Anche quelli che proprio non se lo sarebbero meritato.
Lei mi ammansiva. Io la adoravo. Lei, mi confessò 15 anni dopo, mi invidiava “la prontezza, e quel fisico sottile, scattante”. Io, e non ho neanche avuto bisogno di confessarlo tanto era palese, vedevo in Lei quel genere di donna che non sono e non sarò mai, quell’eleganza, quella capacità di non dire una parola fuori posto, di non pasticciare.

Oggi è una donna in carriera, ha un marito, due bimbi, un curriculum allucinante, per dirne una c’è una multinazionale che ha creato una posizione inesistente – nessuna altra sede italiana ne ha un’equivalente – per tenersi Lei. E tra un asilo, una pappa, un capriccio, una nonna invadente, un pargolo che non ha dormito per 3 anni, Lei si presenta in ufficio con le parigine e i tacchi, roba che superiamo allegramente un metro e ottanta di biondezza. Eppure ha sempre la stessa dolcezza, l’insicurezza di fondo e quell’onestà totale, disarmante.
E’ una di quelle donne che la guardi e ti chiedi “ma come diamine fa?!?”

Gì ha una sorella minore che si chiama con la gì anche lei.
Non mi metto neanche a dire quanto bella è la sorella (lo è di più), o quanto in gamba (quasi uguale), o quanto è diversa (spiritosa anche se timida, dolce ma pungente, gaudente in senso buono: evviva il buon cibo, evviva il vino, evviva far festa): mi ricordavo una bimba di 8/9 anni che girava per casa durante i nostri pomeriggi di pseudo studio, anni fa mi ritrovo una splendida ragazza che fa morir dal ridere.

Lord è il mio amico del cuore. Quello delle orripilanti cazzate dei ventanni, quello dei momenti difficili e della pizza in settimana, quello che ci vai in vacanza, ci dormi insieme, ti ci sbronzi, ci lavori, la prima persona che chiami quando hai bisogno di chiamare qualcuno, non importa se è perchè hai forato una gomma, hai tua madre in ospedale o vuoi condividere un pettegolezzo.
Per capirci, Lord è l’unica persona al mondo con cui io litigo ESATTAMENTE come con mia madre.
Tanto per cambiare è altissimo, biondissimo, elegantissimo, gaudente e dedito al lavoro (sì, lo so, che livello di masochismo deve avere una nana mezza sarda come me, che per vestirsi da essere umano si deve far violenza, per avere TUTTI questi amici alti, biondi, ricchi, fighi ed eleganti? lo so, faccio ridere i polli).
Sarcastico, energico, un rompicoglioni allucinante, a volte prepotente, pesante, giudicante… generoso come pochi, buono come nessuno. Sta sui coglioni a mezza città e la conosce tutta. Quella mezza è quella che non ha capito un cazzo. Lord è, come amico, la lealtà fatta persona. Non ti lascerà mai indietro, non importa quante volte debba tornare sui suoi passi per spingerti avanti. Non ti permetterà mai di darti per vinto, non ti permetterà mai di dire “non mi rialzo”, non ti permetterà MAI di dimenticarti che hai valore e se gli altri non lo capisco li picchiamo tutti finchè non gli entra in testa.

Gì ed io un giorno di un paio d’anni fa ci facciamo venire un’idea geniale: sua sorella ha un circa-quasi-piùomeno moroso assolutamente inadeguato, Lord è single da un decennio che stargli dietro è dura e dietro quella scorza c’è un cuore spezzatosi malamente anni prima.
Presentiamoli!
Li presentiamo: lei lo guarda come se fosse trasparente, lui appena lei s’allontana mi guarda scocciatissimo e mi dice qualcosa come “ma questa sarebbe quella bellissima?! Pfui!”.
Insomma, un successone.

Che però poi questa è una città piccola, intanto sanno chi sono, poi ci si mette il lavoro, e si rincontrano, e si ricordano ah tu sei l’amico di verba ah tu sei la sorella di Gì.

Il giorno 6 di un mese prossimo a venire, Lord & PiccolaGì si sposano.

GrandeGì e Verba iniziano ufficialmente a piangere, battersi il cinque e scambiarsi i kleenex oggi.