estemporanea, ho perso il conto: dovevo fa’ il muraro.

Dunque per quanto procrastinatori si sia a casa nostra, a tutto c’è un limite. In previsione dell’arrivo, tocca far lavori per preparare la stanza. Essendo alcuni lavori cosa da edile serio e non da “beh che ci vuole a dare una mano di bianco”, abbiamo richiamato gli edili che ci hanno ristrutturato casa.
Arriva l’edile, ci piange il morto per un’ora – la crisi, i debiti, la malaburocrazia, i clienti insolventi – guarda il da farsi, ripiange il morto un’ora, ci da appuntamento al mese dopo e se ne torna a casa col culo sopra un’automobile che vale da sola un terzo di casa mia.
Il mese dopo, e le settimane a venire, semplicemente non risponde al telefono.

Chiamiamo un secondo edile. Arriva guarda fa il preventivo fissa un giorno disdice fissa un altro giorno disdice fissa un terzo giorno disdice lo minacciamo di fare altrove arriva. Arriva, fa, va via, una settimana dopo il problema per cui è venuto ricompare. Ciao Edile, ti ho pagato, ma non sei servito a un cazzo.

Chiamiamo un terzo edile per fare un’altra cosa ancora. Arriva, guarda, fa il preventivo. Fissa un giorno, il Tecnologico prende ferie, l’Edile tira paccco. Fissa un altro giorno, il Tecnologico non c’è, prendo ferie io tipo per la prima volta infrasettimanale da un millennio. L’Edile insiste per venire molto presto. Io mi alzo presto, sistemo casa presto, mi vesto presto, bevo il caffè presto dando da mangiare ai gatti presto.
Poi li vedo arrivare, gli edili. E con mio stupore, come arrivano se ne vanno. Senza suonare. Dopo MEZZORA, li chiamo.
Sono andati a bere il caffè.

No, io dico solo, c’è crisi e disoccupazione e aria di morte. Io, se arrivo da un cliente in orario, mi giro, vado al bar a bere il caffè e mi ripresento in ritardo di mezzora, dal cliente prendo un calcio in culo.
E’ che adesso ad alzare la gamba faccio fatica sennò gli facevo vedere io!

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“credevano a un altro diverso da Te e non mi hanno fatto del male”

A me, personalmente, un gay, una lesbica, un travestito, non ha mai fatto del male.
Non mi ha mai insultata – anzi no, uno sì, ma ci litigammo il mio fidanzato e mio malgrado vinse lui – non mi ha mai ferita, non mi ha mai tolto nulla, non mi ha mai fatta sentire inadeguata, diversa, cattiva, malata o stupida.

Vorrei poter dire lo stesso dei Credenti&Praticanti, lo stesso modello di Unti Del Signore che ora hanno partorito l’idea delle Sentinelle in Piedi. Loro sì, eccome.

Un gay non mi ha mai detto “Non è vero che hai un padre” quando andavo a scuola, perché per le loro madri era più facile dire della mia “e’ vedova” piuttosto che “è divorziata”. Un travestito non si è mai sognato di dirmi che mia madre era “una poco di buono”, perché conviveva invece di essere sposata. Non è mai capitato che una lesbica dicesse che mia sorella, insomma, nata fuori dal matrimonio, poverina era segnata.
In compenso tanta brava gente con la croce al collo ha additato per un periodo discretamente breve, ma che a me è sembrato lunghissimo, me ed i miei come anomali, sbagliati, gentaglia da evitare. C’è chi ha chiuso la porta – fisicamente, letteralmente chiuso la porta – in faccia a mia madre perché “non sta bene che vieni a casa mia, mio marito non vuole”. Ci sono stati parenti del mio secondo papà – e suo secondo marito – che “tu hai una figlia sola”. C’era il prete che mi ha dato la prima comunione che ha spiegato chiaramente che i divorziati in chiesa non sono un bell’affare. C’è stato anche quello che “ogni volta che i vostri figli prendono un autobus, sono perduti!”, ma insomma quello potremmo classificarlo come borderline anche per un parroco.

Io non ho mai pianto per le parole di un gay. Non ho mai provato quello stupore rabbioso che senti quando qualcuno che non conosce nè te nè la tua famiglia vi piazza il bollino di anomalie, di disfunzioni, leggendo un blog o un articolo qualunque scritto da un omossesuale, cosa che invece mi è capitata più e più volte per esempio di fronte ad articoli del blog Costanza Miriano.
“Ma tu che ne sai di quanto amore c’è nella nostra famiglia”, mi veniva da rispondere. Poi invece leggevo i commenti, con ‘sta gente che pontificava a colpi di salmi, e mi passava la voglia. Gente che arriva facilmente a sostenere che è meglio, da divorziati, andare con una prostituta piuttosto che avere una nuova relazione, perché poi con la confessione vieni perdonato. C’è l’inferno con cui fare i conti, mica pizza e fichi.
C’è l’inferno, le regole per non arrivarci, e vaffanculo all’amore. Un insegnamento divino, nulla da eccepire.

A me dispiace per il bambino, per i bambini, che gli esagitati dei centri sociali hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi dopo la loro aggressione a chi manifestava come Sentinella. Mi dispiace veramente, soprattutto perché un bambino, sua sponte, col cazzo che andrebbe a piantarsi al centro di una piazza per protestare contro una legge ferma al Senato.

Vorrei che qualche sentinella si facesse un esame di coscienza (spazio risata) e pensasse ai bambini ed alle bambine che loro, quelli come loro, i custodi della famiglia, della morale, della verità (spazio risata), hanno lasciato spaventati e piangenti e confusi nel corso degli anni, senza che qualcuno li avesse portati in piazza ed esposti nel manifestare qualcosa, bensì aggrediti nei luoghi quotidiani della loro vita, la casa, la scuola, l’asilo, il parchetto, la palestra, aggrediti dalla sicumera infame di chi ha sempre la certezza che chi non gli somiglia, volente o nolente, andrà all’inferno e deve pure esserne consapevole.
Anche a quattro anni.

“Guarda quello che hanno fatto alla gente che s’e’ arresa / certe volte un pugno in faccia è legittima difesa”.

Memento mori? No, Vieni Avanti Cretino.

Lei poteva avere 18 anni come 50. Poteva essere tua amica, tua sorella, tua moglie od una completa sconosciuta. Potevate essere da soli oppure in trentadue. Sicuramente l’hai conosciuta. Lei è la donna-paradigma, quella che ad un certo punto della conversazione ti ha guardato negli occhi ed ha dichiarato, senza tema di smentita: “Sì, perché le donne in fondo sono tutte troie.”
Forse hai avuto il coraggio di dire “Quindi anche tu?”. Forse l’ha detto quella seduta accanto a lei.
Lei ha risposto, con altrettanta tranquillità: “Ma certo, sono una donna!”. C’era anche un certo orgoglio nella voce.

Novanta volte su 100, se tu chiamassi “Troia” questa donna per strada, ovviamente, ti prenderesti una denuncia. O un pugno.
Perché lei non intende *veramente* aggiungersi al gruppo, solo usare il proprio essere femmina per insultare tutte le altre (le altre sono *veramente* troie, di questo è convinta) senza pagare dazio.

Adesso è arrivato l’upgrade, e sempre i social network dobbiamo ringraziare. Io già odiavo questa tizia qui, vista in almeno dieci varianti, con la gnocca dorata e le noccioline nella scatola cranica, ma non bastava, no: adesso c’è il maschio, rigorosamente un caucasico che vive con grandi sensi di colpa la propria mancata discendenza africana, tra i 25 ed i 60, che vota per SEL ma sogna Castro, rispetta la Donna, ma il concetto eh, non te in quanto tale, e declina le proprie turbe mentali in varie modalità.

In questi giorni è facile stanarli perché si stanno scagliando con passione e slancio contro l’ice bucket challenge, nonostante sia un’iniziativa che ha permesso di raccogliere MILIONI di dollari in favore della ricerca contro la SLA. Perché al nostro, anzi ai nostri, non frega un beato membro della SLA, dei malati di SLA, dei malati in generale purché bianchi perché – attenzione – ci tengono a precisare che la SLA è “una malattia del primo mondo” (insomma se fosse stato a favore della lebbra ora non ne starei neanche scrivendo), e che “si potevano raccogliere fondi per malattie che uccidono molte più persone” (peraltro la stessa identica mentalità dell’odiata BigPharma, se hai una malattia rara inculati, non vali i nostri soldi).
Sembrano quei bambini viziati ed antipatici che piuttosto di vedere che gli altri si divertono, rompono il giocattolo. Stessa mentalità.

Ma qual è la vera colpa del secchio di ghiaccio in testa?
C’è l’imbarazzo della scelta.
E’ “solo un modo per farsi vedere”. Beh cristo, è una campagna virale, per fortuna che s’è vista.
E’ “nazional popolare”. Ovvero sì, magari servirà alla ricerca, ma oddio oddio offende la sensibilità hipster-anarco-radical chic. ODDIO! A MORTE!
E’ “uno spreco di acqua quando con un secchio di acqua salveresti molte più persone che non hanno accesso ad acqua potabile”. Vero. Invito perciò tutti i primomondisti a pisciare almeno due volte al giorno senza calare l’acqua. Lo spreco è identico. Invito i rompicoglioni a farsi una buca in giardino per quando scappa qualcosa di più sostanzioso. Altro che un secchio in testa.
E’ “uno spreco di risorse” perché gli stessi fondi potevano andare a, a piacere tra quello che ho letto, i profughi palestinesti, i malati di aids, i cani abbandonati, greenpeace. Che ricorda molto il discorso di: maccome dai soldi per il canile? Con tutti i bambini che muoiono di fame! Maccome dai soldi ai bambini africani? Con tutti i bambini poveri italiani! Ah no, io non gli mando una lira, sai, si rubano tutto, non mi fido mica!

Il “tanto si rubano tutto” è la miglior scusa italiana per non scucire un euro in favore di nulla e nessuno.
Ai tempi del terremoto dell’Aquila, stavamo organizzando una festa di compleanno tra amici. Siamo in 4 e compiamo gli anni tutti nella stessa settimana, abbiamo festeggiato insieme per anni, feste grandi, da 150 persone, un impegno economico anche abbastanza gravoso visto che sì, per cenare era chiesta una quota, ma la festa era open bar dall’aperitivo al dopocena. Una festa open bar – a spese nostre – con 150 invitati, in Veneto. Non so se mi sono capita. Beh quell’anno chiedemmo alle persone di non fare regali, ma di portare una busta con qualche soldo, anche pochi euro, che avremmo raccolto e versato ad una delle associazioni che si occupavano degli sfollati.
Morale: raccogliemmo una cifra ridicola, per la quantità di gente che c’era e per il denaro che avrebbero speso in regali inutili e frettolosi. E perché?
Perché “non si sa mai a chi vanno, io non mi fido, tanto si rubano tutto”.

Cosa c’è peggio del “si rubano tutto”? C’è “è per una malattia che colpisce solo in occidente”, che quindi non merita ricerca e cure, dice l’Uomo-Paradigma caucasico bianchissimo e stempiato, che rincarando la dose auspica l’estinzione del genere umano, preferibilmente per primi i bianchi caucasici.

Posto che dobbiamo morire tutti, io non capisco perché il mio fidanzato mi ritenga scortese quando alla quinta uscita del genere, battendo lieve sulla tastiera, domando all’imbecille cronico di turno perché intanto non si prende avanti e non s’ammazza lui.
Io non mi sento scortese. Ma neanche un po’.

lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte al cliente tutto ciò che fa chi dovrebbe sostituirti, definendolo invece che “il mio socio”, “la mia segretaria”.
Step Two: spiega al cliente che TU e solo TU sei il valore aggiunto. Lega il cliente proponendo servizi che nessun altro in azienda oltre a te ha titolo o competenze per erogare, sminuendo quelli che altri sarebbero in grado e che per altro sono estremamente più remunerativi.
Step Three: lamentati che vuoi andare in pensione ma stranamente tutti i clienti fuggirebbero dall’azienda appena dietro di te, visto che non hanno IDEA che la massima parte delle loro problematiche viene in realtà trattata da altri, da anni.
Step Four: trova come unica possibilità quella di chiudere per eccessiva stanchezza, lasciando in strada tre persone che hanno possibilità di ricollocarsi vicina allo zero.

Io vivo in questa situazione da anni. Da quando questa “grande crisi” ha colpito il paese ed il discorso non è stato più “cercare di crescere”, ma resistere, resistere, resistere, sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Tenendo i prezzi di dieci anni fa, mentre i fornitori alzano i loro. Mentre i costi vivi salgono. Mentre l’impiegata lamenta che non ha mai avuto un aumento oltre a quelli istat.
Diventando più badante che consulente, visto che nelle aziende le professionalità lasciano il posto a giovanissimi stagisti non pagati e vessati, che non hanno IDEA di cosa stanno facendo con te.
Diventando più esattore che consulente, visto che nessuno paga secondo scadenza. NESSUNO, intendo. N E S S U N O. Ma ci sono anche quelli che pagano a 6 mesi. Quelli che dopo un anno sono ancora lì a dirti “domani bonifico!”. Quelle stesse facce di cazzo che poi chiamano “DOVETE VENIRE DOMANI! COSA VUOL DIRE CHE NON POTETE VENIRE DOMANI! MA IO HO URGENZA!”.
Diventando più MariaDeFilippi che consulente, visto che dalle onde dello stress lavorativo i clienti emergono con racconti allucinanti di affari loro personali che ogni tanto vorrei avere i maroni, o una scrivania in ferro. Giuro.

Io vivo in questa situazione da anni, e ci vivo con la mia famiglia, e ci vivo divorata dall’angoscia. Il che però non mi impedisce di rispondere al telefono con voce allegra. O di essere gentile. O di fare un favore, se posso, lavorativo o personale che sia. O di frenare per far passare la vecchietta sulle strisce.

Vorrei solo capire perché, nonostante LACCRISI!, le lamentele continue, il disfattismo, la disperazione, il lavoro che non c’è, i miei fornitori si permettano il contrario di quanto sopra.
Ordini cose: spariscono. Sìsì, poi nessuno manda niente. Devi rincorrerli, ricordarglielo, “oh il mio ordine!”.
Cambi gestionale: tanto valeva cambiare sesso. Non funziona un cazzo, ogni due giorni scopri un bug, ti pianti ogni 5 minuti, lanci SOS a raffica, non riesci a lavorare. Il magico uomo viene, risolve il problema (creato da lui medesimo), e ti fattura ogni singolo istante di presenza. Proverò anche io a fatturare ai clienti il tempo che impiego a risolvere i casini che io stessa creo. Fico.
Arriva il corriere: arriva BESTEMMIANDO, e se ne va BESTEMMIANDO. Bestemmiandomi IN FACCIA. Mi chiede “ma hai una consegna anche domani?” “Beh, sì” “E PORCO QUI E PORCO Lì CHE GIRO DI MERDA”.

Ma questa gente, come cazzo è che lavora ancora? Come fate ad essere ancora aperti? Vi fanno schifo i soldi?

Io vivo in questa situazione da anni. Dico sì al cliente, dico scusa al collaboratore, litigo come una bestia selvaggia col mio capo, somatizzo il fornitore ed abbraccio felice la mia boccetta di lexotan.

Finché solitamente, verso sera, suona di nuovo il telefono. Non riconosco il numero: è un call center.

Ed è lì, lì alle sette di sera, sfinita da questo riscatto che non arriva mai, che mi prendo la rivincita.
E col mio migliore accento moldavo urlo felice “NO! IO IRINA! SIGNORA NO C’E’! IO QUI PULIZIE!” e mi faccio riattaccare in faccia in tutta fretta dalla signorina della Tre.

Perché ci piegheranno, ci spezzeranno, ma riusciranno mai a farci smettere di essere cretini.

degli amici che puoi felicemente perdere nell’età adulta

Quando sei giovane per ogni amico che va, c’è un amico che arriva.
Il giro sociale in genere è grande, la rottura di palle di restare a casa una sera è immensa, l’ingenuità la fa da padrona, ed è facile sia litigare che conoscere qualcuno di nuovo. Per ogni amico che va comunque c’è una piccola tragedia, delusione, alti lamenti. Perdere un amico è una delle cose più dolorose che ci siano.

Quando arrivi poi nel magico mondo degli over trenta, col tuo manipolo di amici-amici, quelli che ti sei portato avanti dai tempi del lego a quelli del clerasil, e dai tempi del clerasil a quelli del fondotinta COPRENTE, capita che ti guardi intorno e pensi “Caspita, eran trecento (ah, no, quella era un’altra storia), insomma eravamo tanti e adesso guardaci qui, siamo quattro gatti”. Spelacchiati.
Eppure, roba da non credere, vuoi il tempo vuoi la pigrizia vuoi la età che smussa gli spigoli, ma affila la lingua, anche tra gli amici che ti hanno fatto compagnia per quattro lustri della tua vita c’è qualcuno che vorresti, spereresti e tutto sommato, diciamocelo, POTRESTI, perdere per strada. Se necessario, usando il metodo della mamma di Pollicino.

Quello che ha i figli-Attila, e per questo non esce di casa.
Era un ragazzino educatissimo, ma da quando s’è riprodotto ha sposato in tutto e per tutto le teorie del bambino libero, naturale, slegato e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è che suo figlio è un’arma di distruzione di massa nonostante non raggiunga ancora il metro di altezza. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal tavolo alla televisione al cellulare alla tua pazienza, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che alzano gli occhi al cielo, ti sorridono beati e ti domandano a gesti se vuoi ancora vino, perché parlare al di sopra delle urla disumane del pargolo è IMPOSSIBILE.
Questi amici non solo non escono mai, nemmeno per un caffè di pomeriggio, non solo non cucinano mai, nemmeno se ti invitano alla cena di capodanno, non solo ti chiederanno puntuali come orologi svizzeri di portare tu la pizza perché loro stanno occupandosi dell’erede, ma trovano assolutamente normale che tu non possa mangiare perché il figlio ha deciso di giocare con la TUA pizza, o con i tuoi capelli, o con il tuo cellulare, o sopra la tua panza. Ogni serata si trasforma in un incubo, a sbirciare l’orologio già alle otto, e siccome il bambino deve vivere ai suoi ritmi quando torni a casa devastato alle undici di sera, lui è ancora al centro del salotto che suona la batteria. A tre anni.
Darsi malati. Sempre. Comunque. Dovunque. “Ma mi ha detto Alfonso che vi siete visti!” “Sì ma io non voglio mica contagiarti il bambino!”

Quello che ha i figli-Attila, e li porta a casa tua (perché al ristorante chiedono i danni. Veramente.)
Esattamente come sopra, a spese tue. Suo figlio scardina, distrugge, devasta qualunque cosa gli passi sottomano, dal TUO tavolo alla TUA televisione al TUO gatto, il tutto sotto l’occhio amorevole di genitori che non proferiscono verbo, se non per lamentarsi con te quando il gatto decide di salvarsi la pelle ed osa graffiare il ragazzino che lo stava battendo come fosse un tappeto.
Appena ti giri il ragazzino è scomparso e lo trovi che sta tentando di allagarti il bagno, dopo aver tappato lo scarico del bidet con dei tampax. Agli occhi dei genitori, sarà colpa tua che non usi all’uopo delle foglie di banano biodegradabili.
Dichiarare affranti che il gatto ha la rogna, la peste bubbonica ed una rara forma di diarrea contagiosissima per l’uomo, specie per quelli di altezza inferiore al metro.

Erode.
Quello che al contrario i bambini non li vuole vedere nemmeno in fotografia. E quel locale no, e non verrà mica tizio col figlio, e non verrà mica tizio con la figlia (NO, la figlia ha 16 anni, esce da 3 per i cazzi suoi!), e in quella pizzeria lì una volta c’era una famiglia con un neonato, metti che tornino! E non nominare tuo nipote, e non nominare qualunque individuo non maggiorenne, dotato di patente e contribuente fiscale. Ecchemaroni. In genere l’Erode si elimina da solo, col naturale progredire delle gravidanze altrui. Glissare, in alternativa scegliere solo locali con sala giochi e parchetto.

Quello che un giorno si fidanza e scompare.
Sì, tecnicamente lo avresti GIA’ perso per strada, Il problema con quelli che si fidanzano e scompaiono è che spesso il microcosmo tu-io-io-te-io-te-tu-io implode, rendendoti i resti da raccogliere col cucchiaino di quello che una volta era tuo amico. L’altro problema è che in genere la categoria “fidanzati e PUF!” è recidiva, quindi tendono a riproporsi come gli agenti della Folletto, per altro avendo sempre meno gente A CUI riproporsi. Finché non rimani tu, solo tu, sempre tu.
Con questi però si fa prestissimo perché basta cambiare numero di telefono tra una fidanzata e l’altra.

Quello, o quella, che c’ha la crisi di mezza età quindici anni in anticipo.
Questo amico, che spesso è un’amica, era una persona normalissima, gradevole, divertente. Poi un giorno ha visto avvicinarsi gli anta a grandi falcate e per reazione ha deciso di tornare velocemente ai 16 anni. In primis ci torna con l’abbigliamento. Poi con la scelta del locale in cui vi vedete (ovviamente bandite le cene in casa, perché fanno vecchio e stanco). Da ultimo cambia l’atteggiamento nei confronti dell’altro sesso. Flirta con il cameriere, con il barista, con l’omino che vende le rose, con il collega incontrato per caso, con chiunque abbia nella nutritissima lista amici di facebook, col condomino, coi padri dei bambini del nido del figlio (sostituire pure madri/figlia), flirta perfino – di fronte a te – col vicino di posto a tavola.
Che è il Tecnologico.
La soluzione, in questo caso, è un buon avvocato penalista.

M’è scappata la pazienza. Qualcuno l’ha vista?

di pistola, di spada o veleno: questione di scelte.

Io mi ero ripromessa di non pensare più, non scrivere più, non incazzarmi più, magari anche non votare più. Poi stamattina apro il giornale e c’è Renzi in prima pagina che dice: “Non avevo scelta”.
Tu figurati noi.

Dai risultati delle ultime elezioni abbiamo un paese diviso in 3:

1.Quelli che votano un partito che tecnicamente appartiene ad un pregiudicato. Dico “appartiene” non a caso. Il partito è suo, lo ha creato lui, coi suoi club Forza Italia il suo logo i suoi slogan il suo marketing le sue idee i suoi obiettivi ed il suo fottuto culto della personalità, roba che Mao era un principiante. Che poi siano venti anni che il partito SUO lo manteniamo NOI con contributi pubblici. e che ora non ci sia una regola per dire che se deve stare fuori dal parlamento perché così è legge, dovrebbe non poter essere a capo del partito che rappresenta un terzo d’Italia, perché l’avrà anche inventato lui, ma puttana galera gli stipendi li paghiamo noi, no quello è irrilevante.
Poi noi siamo gli esperti de “I debiti sono pubblici, i guadagni sono privati”. E’ la nostra personalissima, italianissima idea di libero mercato, mica vero cara Fiat? Ah no, non si chiama più Fiat.
Quando Marchionne (lui si chiama ancora Marchionne o adesso si pronuncia Van Der March?) se n’è uscito dicendo che la Fiat allo stato non deve un euro perchè non ha mai preso un euro, ecco, quello è stato l’unico vero momento in cui, in vita mia, ho sentito fortissimo, ancestrale, insopprimibile, il bisogno di prendere in mano un sanpietrino.

2. Quelli che votano un partito di Bruti e Cassii. Che quando fanno le primarie oramai quello che le vince dovrebbe toccarsi i coglioni invece di stappare lo spumante, che le primarie del PD sono diventate come il Trofeo Berlusconi degli anni d’oro, chi vince può dire addio ai sogni di gloria. Dopo svariati proclami di desiderio di riforme, cambiamento e tutto l’apparato di banalità che solo il segretario del pd e la vincitrice di miss italia riescono ad inanellare, eccoci qui al giro di boa: quelli che votano un partito il cui leader fila dal leader del partito sopra per sentire che ne pensa lui di un accordo, intanto per subito. Senza mettere in mezzo il parlamento, perché in parlamento non ci sta nè l’altro, nè l’uno.
“Ch ch ch ch chaaaangeeeees, turn and face the stranger!”

3. Quelli che votano il partito che ha permesso agli elettori degli altri due di improvvisarsi sinistrorsi radical chic per una notte. Avete presente l’amico colto di sinistra, quell’amico fastidioso, magari in pensione, magari impiegato comunale, che va a lavorare in bicicletta (a 20 metri da casa) e ti incita ad andarci anche tu (che lavori a 47 km e non ci passa manco il bus), che dopo guccini è morta la musica, che casca in qualunque bufala di fb perchè viene dall’allenamento di anni ed anni di lettura del giornale di partito, che ti fa quell’occhiata stretta, dall’alto in basso, ogni volta che siete in disaccordo su qualcosa, quell’occhiata che dice “Tu paramecio involuto cosa vuoi sapere, tu che non voti SEL!”?
Sì che ce l’avete presente. E se non ce l’avete presente, siete VOI l’amico fastidioso.
Benissimo, il movimento 5S ha stanato il SinistroSupponente che vive in ognuno di noi, anche nel più incallito destrorso protoleghista di noi: “Cosa vuoi capire tu che voti quei cretini del M5S”
Ti piace vincere facile?
Posto che a me 99 su 100 vengono i brividi quando parla qualcuno dei loro (il Tecnologico può confermare: quando ascolta i discorsi alle camere, se io dall’altro pc alzo la testa e dico “ma chi cazzo è ‘sto deficiente?” piglio sempre il povero grillino di turno), mi spiace dover sfatare due miti in uno: NO, non sono l’unica vera congrega di capre che abbiamo in italia. Quello è l’UDC. E no, non sono “compagni che sbagliano”, come pare di intuire dalla lettura del pur bell’articolo di Scanzi, “Cari Grillini non potete fare errori”.
Perchè?
Perchè Gesù Cristo, fino a prova contraria, non è morto di freddo.
Se hai una persona come Luigi di Maio tra le tue file, ed in tv ci mandi il tizio dei chip sottocutanei, quello sì è un errore.
Se tu rilasci un’intervista in cui rispondi a 10 domande del giornalista, e quello manda in onda l’unica a cui non hai risposto, quella sì è ingenuità tua, e malafede sua.
Ma se il tizio che POSSIEDE (di nuovo?) il tuo partito (ah no non è un partito), che ne ha inventato il logo gli slogan il marketing (scusate il copia incolla, non è colpa mia se non son tanto fantasiosi là, dove le sorti dell’italia si decidono, ovvero FUORI DAL PARLAMENTO), insomma se quel tizio lì dal suo blog che è la sua principale cassa di risonanza decide di attaccare la presidentessa della camera, quello non è un errore, quella è una precisa strategia comunicativa.
Non ha “sbagliato”. Voleva quello.
Perché?
Il Signore mi fulmini se lo so.

Che poi, “Il Signore mi fulmini se lo so” è la mia definitiva, precisa ed oltremodo deprimente intenzione di voto.

Matteo, e non avresti scelta tu? Ma va, va, va.

io da grande voglio essere come Bearzot

Per lavoro ho a che fare con un sacco di gente stramba.
No, in realtà non è giusto dire “stramba”; più corretto stressata, tonta, indifferente, scortese soprattutto. Scortese da morire. Gente che non ascolta quello che spieghi, gente che aggira i no più gentili che riesci a produrre per riproporre le proprie richieste sotto forma di pretese, gente che piuttosto che dire un “grazie” quando riesci a risolvere qualche guaio inatteso, lascia cadere un “ah bene” dall’alto come se il mollare tutto per correre in loro soccorso fosse dovuto.
Del resto questa è la vita di chi lavora nei servizi, mi dicono. Chi ti paga non pensa di avere acquistato un servizio, ma una persona: chi ti paga, nella sua testa, TI COMPRA.

Ovviamente questo non riguarda tutti. Diciamo che riguarda un buon 75% di coloro con cui mi trovo ad interagire. Guarda caso questa percentuale trova piena corrispondenza anche al di fuori dell’ambito lavorativo. Il nutrito esercito degli antiempatici-scortesi occupa i banconi dei bar, le casse dei supermercati, le poltrone dei parrucchieri, le strade, le scuole, le case di tutto il paese, ti arriva direttamente in salotto attraverso il collegamento internet, ti spara considerazioni urticanti da qualunque telegiornale, ultimo tra tutti l’allegro frescone che s’è rifiutato di scusarsi con le deputate definite pompinare perché lui, povera anima, ha semplicemente detto “Quello che pensano tutti”.
No beh, non io. Io manco le ho presenti, le deputate del PD, figurati se mi viene in mente che abbiano fatto carriera (posto che essere una deputata del PD possa in qualunque modo essere definito fare carriera) suggendo peni.
La cosa allucinante è la risposta da bambino delle elementari, io non mi scuso gnegnegne. Si torna a quanto detto sopra: una scortesia talmente profonda da non vedere altro che sè stessa. Talmente radicata da non permetterti di considerare uno scivolone madornale, imperdonabile, il fatto di definire puttana una donna che non la pensa come te, perché oggi lo dici alla rivale politica, domani all’elettrice che non ti vota.
Ce l’ha una mamma quel tizio? Signora, ma che gli ha insegnato a suo figlio? Signora, per gentilezza si procuri un bel bastone nodoso e faccia oggi quello che non ha potuto fare quei 20 anni fa. Le giuro che oggi il telefono azzurro lo può più chiamare, il pargolo. Avanti.

L’altro giorno leggevo un articolo che parlava del proliferare dei locali “no kids”. Al di là del fatto che io, personalmente, non ci vedo niente di male a lasciare che coloro che non sopportano i ragazzini abbiano i propri luoghi, i propri “ghetti” in un certo senso (la maggior parte dei quali comunque non sarebbero particolarmente adatti a dei bimbi, diciamoci la verità… aperitivi tunz tunz, resort da milleduecento stelle col cameriere preposto allo spazzolamento delle briciole, ma chi ce lo porta un bambino in quei posti, a crepare di noia?), erano i commenti sotto gli articoli il vero spettacolo: UNA GUERRA.
Talebani anti-figli Vs. Mujaheddin bimbi-uber-alles. Gente che non vuol vedere un ragazzino intorno neanche se muto e legato alla sedia Vs. gente che pensa che i propri figli debbano essere ritenuti la cosa più importante del mondo da chiunque abbia l’onore di respirarne la stessa aria.
I primi mi fanno un po’ pena, ma i secondi mi fanno paura, perché pretendono di poter bypassare una cosa fondamentale: l’educazione degli stessi.

Qualche sera fa ero in un locale con una coppia di amici e relativo pargolo. Il pargolo non è sicuramente un bimbo silenzioso, ma è un bimbo educato. Il locale ha una stanza giochi apposta per i bambini, aperta, visibile così che i genitori possano cenare tenendo d’occhio i figli, ed i figli possano essere bambini senza dover passare una serata pallosissima a tavola con adulti. Il pargolo fa amicizia con dei ragazzini (sei anni di età). I ragazzini vengono al tavolo a causa di non so che diverbio tra bambini. Uno dei ragazzini mi guarda, allunga la mano NEL MIO PIATTO, si prende da mangiare dal mio piatto, si pulisce la mano sulla GIACCA DEL TECNOLOGICO, e se ne va. Vivo e sulle sue gambe, lo giuro, ho dei testimoni vostro onore.
Ripeto l’età: sei anni. Non due. Sei. Posso definirlo maleducato, nel senso proprio di educato-male?
Posso pensare che questo ragazzino tra venti anni sarà il mio cliente tipo?
Sì.
Magari si candiderà con qualcuno e darà della zoccola ad una tizia della controparte politica?
Sì.
Magari brucerà gli stop e ti farà il dito se gli suoni il clacson?
Sì.
Perché i maleducati diventano persone scortesi, arroganti, prepotenti.
Perché al maleducato qualcuno non glielo ha mai detto, che ci sono anche gli altri al mondo.

Mi stavo chiedendo quando la gentilezza e la cortesia e la delicatezza e l’educazione sono diventati difetti, hanno smesso di essere un valore. Perché pochi cazzi, al giorno d’oggi il gentile è visto come il debole, lo sfigato, quello che non ha LE PALLE per permettersi di essere arrogante, di prendere quello che vuole. Il figo passa e pretende, il poraccio chiede permesso. Il figo va a “muso duro e bareta fracada”. Il poraccio ti sorride e ti dice buongiorno.
Perché è un poraccio. Uno zero. Uno zerbino. AH, SE POTESSE ANCHE LUI ESSERE FORTE E FICO, QUANTI VAFFANCULO DIREBBE.
Ma somatizza e si mostra gentile. Ti aiuta pure a portare la spesa.

[Ma che siamo matti?]

Ne parlo con un’amica. Ha un figlio di sei anni anche lei. Il figlio è un bimbo delizioso. Magari si fa prendere la mano dal gioco e ti rifila due calci volanti che ti stende (true story), ma se gli dici che ti ha fatto male si scusa.
Lei mi dice che, in totale onestà, al figlio non intende assolutamente insegnare la gentilezza e l’attenzione al prossimo come valore primario, perché “il mondo non è così”. Perché se tu insegni al tuo (già buono) bambino ad essere gentile ed educato ed attento al prossimo, ne farai una persona che subisce. Quindi gli insegni ad essere gentile ed educato finché si può, ed a tirare cartoni sul muso quando la gentilezza non funziona.

La capisco. Resto perplessa, ma la capisco.

Eppure poi quando leggo i blog delle expat conosciuti grazie a Lucy, quello che mi annichilisce più di tutto non è mai la chiarezza delle regole degli altri paesi o come altrove vivere sembri meno appesantito da carte, cartine e cartelle rispetto all’Italia. Quello che mi fa star male è che tutte, come primo pregio del luogo in cui vivono, mettono la cortesia della gente. La cortesia nei negozi, la cortesia per strada, l’attenzione dei nuovi vicini, del passante, del collega.

Cioè, noi siamo sempre più incazzati e siamo preoccupati di non allevare figli troppo gentili, perché la gentilezza ti mette nei guai.
Poi però quello che ci manca di più nella vita è proprio la gentilezza altrui.

[E allora sì, che siamo matti]

Tanti anni fa leggevo un’intervista ad Enzo Bearzot. Era già molto anziano, la Gazzetta lo intervistò mi sembra in vista dei mondiali del 2006, l’ultimo ad aver vinto un mondiale con l’Italia era proprio il buon Enzo.
Il giornalista, forte di questa considerazione, gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato un giorno.
E Bearzot:
– Come mi ha insegnato mio padre. Vorrei che di me si dicesse “Era una persona perbene”.

Enzo, io così ti ricordo.
Ed io – anche se “il mondo non è così” – tutto sommato vorrei altrettanto per me.