Qualcosa nell’acqua.

In principio fu Laura Boldrini: ministro? Assolutamente no. Chiamatemi Ministra. Combattete il patriarcato insito nei vostri neuroni volgendo al femminile ogni termine vi salti in mente.
Non più avvocatessa, avvocata. Non architetti, architette. Non più italiano, italiese.
E vabbè, se così si fan contente delle persone con così poco, che ti costa, pensavo. Pensavo anche al viceversa. Il gorillo, l’anestesisto, il pediatro. Otorino, se è maschio. Laringoiatra, se è femmina. Che culo scegliere una specialità dal vocabolo double-face, eh? Comunque non avevo né tempo, né spazio, né testa, e non ci ho fatto particolarmente caso.
Ad un certo punto devo essermi distratta quel paio d’anni, e quando son tornata sul pianeta ho trovato che veramente son diventati tutti serissimi. Molto seri. Troppo seri. Troppissimo seri. Guai a scherzare. Rauss ironia, pussa via sorriso, altolà leggerezza!
E tutti completamente ostaggi del politicamente corretto, ma proprio correttissimo, ma ocio che sia C O R R E T T O, totalmente. Talmente totalmente che ormai le cose non so più come definirle per non rischiare di offendere qualcuno.

“Mamma ti ricordi il mio amico Paul?” “No, Paul chi?”
Si apre il baratro. Quello africano? Uhm. Razzista che discrimini la gente a seconda della geografia. Quello nero? Uhm, brutto termine nero, bandito. Il migrante? Il migrato? Quello che viene da lontano? (Fa tantissimo Babbo Natale). Il diversamente italico? Quello che pare Obama?

Alla fine opto per “Quello che sorride sempre”.
Risposta: “Quale sarebbe quello che sorride sempre, sorridono tutti sempre i tuoi amici, sono una manica di deficienti.”

Utile, no?
Ho letto discussioni simili di madri virtuose che stanno insegnando ai figli a non discriminare, con il risultato che il figlio non riesce a farsi venire in mente una locuzione abbastanza efficace per indicare “Camilla, la mia compagna che tagliata a pezzi è normopeso”. Ho letto di una tizia la cui figlia ha detto “Oggi ho giocato col bambino buio”. Il bambino buio è del Senegal. Il bambino buio è una delle definizioni più belle che io abbia mai letto, ma non credo che possiamo iniziare a parlar tutti come bambini di tre anni. Grasso è una parola orrenda e va bandita (grasso è una parola orrenda davvero). Sovrappeso pure. Non si deve giudicare in base al peso. Giusto. Non giudichi, ma vedi. Non giudichi, ma quello che è sovrappeso sovrappeso rimane, e se nessuno in vita mia – e son stati tanti – m’avesse chiamata “nana”, io sarei comunque un individuo sotto il metro e sessanta. Giudicare, discriminare, sfottere, bullizzare una persona in base ad aspetto fisico, colore della pelle, status socio economico o provenienza è orribile. Ma veramente la soluzione è sotterrare le parole “per dirlo”? Eliminare, bandire, cancellare l’aggettivo, cancellerà veramente il punto di appoggio su cui si fa leva per far sentire l’altro una merda?
Perché il problema a mio modesto avviso non è la parola che usi: è il desiderio di far sentire male l’altra persona in quanto inadeguata secondo un TUO standard. E’ – e questo lo noto sempre più ed è una cosa che detesto – il ritenere che l’altra persona DOVREBBE sentirsi male (inferiore, sminuita, in difetto) perché fisicamente o economicamente o culturalmente non risponde al TUO cristo di “standard”, che poi sia perché non è magra, perché non è etero, perché non è giovane o perché non è bianca non cambia nulla.
Il problema sta nella convinzione di essere lo standard “corretto”. E questa convinzione, al netto del linguaggio politicamente corretto inculcato a forza nei dialoghi quotidiani, è sempre, ma sempre, ma sempre più diffusa.

Comunque la serietà ad oltranza sta dilagando ovunque. Mi hanno iscritta ad un gruppo facebook che parla di libri per bambini. Ci sono recensioni da mani nei capelli. Quel libro è diseducativo perché il papà è imbronciato. Il papà dovrebbe essere felice e sereno. Quel libro è diseducativo perché sminuisce la figura paterna, ovvero racconta di un padre che sala troppo il purè (giuro). Quel libro è orribile, il bambino viene definito piccolo mostro! Quel libro è da mettere al rogo, ci sono i cacciatori, uccidono il leone, il bambino africano viene definito moretto e la madre è, cito testualmente, vestita come una governante all’epoca degli schiavi. Il libro in questione, Pik Badaluk, che io da bambina avevo, e amavo, è stato scritto negli anni ’20. Io ho paura che ‘sta gente cerchi di creare un comitato per la liberazione degli Umpa Lumpa dal cioccolataio schiavista.
Quindi, le parole no.
I libri censurati, come conseguenza.

Buttiamoci sulla musica, dai. Ho cercato di iscrivere Mimosa ad un corso di musica per infanti. Apriti cielo. Il metodo signora mia, IL METODO! CHE METODO CERCA?
Un corso. Di Musica. Tipo che qualcuno canti canzoncine? Qualcuno suonerà qualcosa? Sono bambini piccoli perdio, mica mi aspetto Rachmaninoff. Sì signora, ma che metodo cerca? Psicoqualcosa, Motorio dell’altro, Scuola di Chicago, Maestri Musicoterapisti Giapponesi, Suono della ciotola armonica… eh?
EH? Signora perché guardi che lo sviluppo musicale dei bambini è UNA COSA SERIA, SA.
“Allora, quale metodo cerca, Signora?”
“Ma che ne so! Io sono stonata come una campana e mi piace Taylor Swift! Volevo una vita migliore per mia figlia! Cercavo solo un posto in cui qualcuno suonasse un tamburello!”
Per la cronaca non mi hanno mai più richiamata.

Sono passati quattro anni da quel post di sfogo sul rapporto diretto tra ignoranza e convinzione, ma la sensazione è che vada davvero sempre peggio. Magari è qualcosa nell’acqua.
L’ossigeno, per esempio.

la differenza tra me e lei

Ho diciotto anni, è estate, e come ogni anno vado in vacanza al mare, nello stesso paesino da sempre. Questa specifica estate torna da un anno all’estero un ragazzo del posto. Bellissimo. Una bellezza totale, quasi abbacinante. E’ talmente bello che mai potrei aspirare non dico ad uscirci, ma neanche a parlarci, se non fosse che quello è proprio un paesino, turismo ce n’è poco, nel nostro range d’età ancora meno, e lui, grazie Signore grazie, lavora nell’unico locale notturno della zona.
Ha ovviamente un nutrito seguito di ragazzine, ragazze e donne dei paraggi, più alcune forestiere abituali, ma per volere divino, per la legge dei piccoli numeri, perché un giorno una botta di culo pure a me, quell’estate tutto sommato il meglio della piazza sono io.
La cosa potrebbe passare come consueta storiella estiva, durata 10-14 giorni, se non fosse che:
1. la storia ci piglia particolarmente bene. Entrambi.
2. mio padre decide che quello è l’anno giusto per rifare l’impianto elettrico.

Insomma io inizio ad essere lì tutti i week end, passa settembre, poi uno sì uno no, passa ottobre, poi c’è il ponte, passa novembre, poi c’è Natale, e arriva gennaio.
A quel punto stiamo insieme da alcuni mesi, ed i suoi amici iniziano a comportarsi stranamente. Sono sempre più scontrosi, mi trattano sempre con più freddezza quando non apertamente con antipatia. Le sue amiche sono spesso maleducate, criticano ad alta voce qualunque cosa io faccia, indossi, mangi, dica. La sua amica più stretta, molto grassottella, non perde occasione per rinfacciarmi una supposta “eccessiva magrezza”. Il suo amico mi sfotte ogni volta che indosso qualcosa che non siano jeans, perchè “sono fighetta” “non sono vestiti adatti” “stono”. Per il resto, nessuno più mi rivolge la parola.
Arrivano a dirgli cose tipo “per lei non c’è posto in macchina”, scatenando scenate aberranti quando lui risponde “va bene, allora non veniamo”, oppure “ok, lei viene in macchina ed io farò l’autostop”: no l’autostop lo fa lei, noi non la vogliamo.
In tutto questo io sapevo di non aver fatto niente. Quello che non sapevo era che tecnicamente si pensava avessi “una scadenza”, e durare così tanto oltre il limite preferibile era un’imperdonabile mancanza di cortesia da parte mia.
Le ragazze stavano aspettando “il loro turno”. Ai ragazzi rodeva il culo perchè da quando io ero tra i maroni, intorno al gruppo girava molta meno gnocca. Il mio ragazzo, anche questo non lo sapevo, godeva come un riccio di questa situazione e gettava continuamente benzina sul fuoco. Alle mie spalle.
Gli piaceva vedere la gente scannarsi per lui.
Lo dico col senno di poi, sia chiaro. All’epoca io, semplicemente, ci stavo come un cane, le pigliavo un po’ da tutti perchè avevo paura di perderlo se avessi litigato coi suoi amici, e non capivo una mazza.

Ero anche abbastanza abituata al codazzo di ammiratrici, alle occhiate e mica solo occhiate in discoteca, a quelle che si mettevano a piangere quando ci baciavamo.

Finchè un giorno.
Finchè un giorno, anzi una sera, andiamo a ballare ed arriva una tizia, la conosco di vista, ci bazzica spesso intorno, bassa, bruttina, tondetta, completamente ubriaca: gli si butta contro – di fronte a me – prova a baciarlo, viene respinta, riprova, lui si sposta, lei scivola, cade, si mette a piangere, corre via.

Io guardo lui assolutamente basita. Lui è divertitissimo (sì, da giovane ero idiota, lo so), ci gode proprio. Mi dice “Ogni volta che vado a ballare me la trovo addosso”. Mi dice “Ogni volta mi chiede se sto ancora ‘con quella là’, ti odia”. Io faccio spallucce. Tutti i tuoi amici mi odiano, vorrei dirgli. Una più, una meno. Ma non è vero. Io ci sto male, ci sto male perchè un sacco di gente mi tratta come una merda senza avere un motivo al mondo e soprattutto senza che io faccia nulla nè per essere trattata male nè per difendermi.

Passa un’ora. Usciamo per andare a casa. Appena fuori dalla porta del locale c’è questa ragazza con alcuni amici comuni, in pratica il club “Insulta Verba anche tu”. Lei mi viene incontro sorridendo, fatta come un caco, ed inzia a dirmi “oh ma che bel sorriso che begli occhi come sembri simpatica è proprio bella la tua ragazza sai TIZIO!”.
La superiamo camminando, io mi giro verso Tizio e gli faccio “guarda che la tua amica è completamente fuori di testa”.
E lui “Ma vaaaa, scema, ti stava prendendo per il culo per far ridere gli altri”.

Black out.
Me l’hanno tolta dalle mani mentre, credo, la stavo prendendo contemporaneamente a calci, pugni e ginocchiate.
Dico “credo” non a caso. Non mi ricordo niente se non di aver provato un desiderio infinito, furibondo, di farle del male, e di essermi girata a quelle parole e di essermi messa a correre verso di lei.
Il buio.
Il tutto può essere durato tra i 15 ed i 30 secondi, il tempo impiegato dal mio esterrefatto morosetto a raggiungermi e staccarmi di peso dall’oggetto del mio odio. Io non ricordo nulla. Tutto quello che so dell’episodio mi è stato raccontato.
Al punto tale che un decennio più tardi mi è capitato di sentirmi dire “ah cazzo ma allora eri tu?! Non l’avrei mai detto”.
No guarda, non l’avrei mai detto neanche io.

L’altro giorno ho visto il famoso video della “bulla” bionda che picchia la coetanea. L’ho trovato angosciante, insopportabile. Odioso nella lentezza con cui l’una si fa sotto, piano, interlocutoria inizialmente, e poi a botta sicura vedendo che l’altra è inerme. Insopportabile per le grida d’aiuto totalmente inascoltate. Doloroso. Vergognoso.
(Ancora peggiori ho trovato i commenti. Quelli degli adulti. Terribili. Puttana, stronza, ti ammazzo, ti uccido, ti vengo a cercare.
A cercarla andranno i carabinieri.)

Non ho intenzione di difendere nessuno: io sono contenta che ci sia stata una denuncia. E’ un respiro di sollievo pensare che qualcuno proverà a dare una giustizia a quella ragazzina a terra.

Ma c’è differenza tra me e quella bionda picchiatrice?

La differenza tra me e lei è che io sono stata trascinata via subito. Che quando ero ragazzina io, non c’erano i cellulari e questa mania di vivere attraverso uno schermo, di filtrare tutto come se non ci fosse niente di reale.
La differenza tra me e lei è che io ho sbroccato, non sono partita lenta come uno squalo che sente il sangue da lontano.
La differenza tra me e lei, dice una mia amica, è che “tu avevi le tue ragioni, tu sei impazzita per un motivo”.
No. E’ che io te le ho raccontate. Tu di me hai visto i cinque minuti, i dieci minuti, i quattro mesi prima.
Ma voi siete tutti così sicuri di riuscire a vederli, i motivi dietro agli sbrocchi degli altri?
Perché io, quasi sempre, no.

Questa città è troppo piccola per tutti e due.

Uno dei problemi dell’abitare in una città piccola è che nonostante non sia abbastanza grande da creare l’effetto “1.000.000 di sconosciuti”, non è neppure abbastanza “comunità montana” da far sì che ci si conosca tutti di faccia; no, è la via di mezzo, quella dei 2 gradi di separazione circa, che fa sì che 99,99 su 100 lo sconosciuto con cui fai due chiacchiere al bar sia il fratello, cugino, marito, collega, ex, di qualcuno che già conosci, ed il rapporto di parentela verrà rivelato nel momento esatto in cui tu, casualmente, rivolgerai un pensiero ed una parola men che gentile al conoscente suddetto. Ovviamente nel mio caso questa faccenda delle dimensioni cittadine è stata per anni terreno fertilissimo per figure di merda colossali, da “oh quanto non lo sopporto quello, è un lumacone!” “E’ IL MIO RAGAZZO”, a “uh mamma quella stronza della mia prof.” “E’ MIA ZIA” e via cantando, il che è alla lunga riuscito ad insegnarmi a vivere secondo il motto “Se non puoi dire qualcosa di carino, non dire niente”; c’ho messo giusto quella trentina abbondante d’anni, che sarà mai?
Del resto, quando c’è la salute…no?

Quando superi per l’appunto la trentina abbondante e vivi in una piccola città, succede che assisti al cambio generazionale. I bar passano da padre che faceva dei tramezzini inarrivabili a figlio che risparmia sul caffè a misteriosa famiglia di cinesi che riversa macchinette mangiasoldi in ogni angolo libero. I negozi passano da Drogheria (la madre) a Boutique del Salame (la figlia) a Negozio di Sigarette elettroniche (il nipote cretino). Le Aziende ficcano in consiglio di amministrazione il pargolo, che come prima cosa taglia le pause caffè dei dipendenti, trasforma lo spaccio aziendale in “Outlet” e poi stanco dal duro lavoro corre a comprarsi una Maserati fucsia.
Succede in tutto il mondo? Certo.
Ma in una città piccola tu li conosci tutti. Il padre, i figli, i nipoti cretini che erano a scuola con te, conosci l’intera famiglia, ti ricordi anche il nome del cane.

Così quando apri il giornale e trovi i loro nomi nel resoconto della riunione dei Giovani Industriali, un po’ di mal di pancia ti viene. Tanti piccoli Marcegaglia al timone della Regione. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e trovi l’ex protofascio che in confronto Borghezio era di SEL, fotografato accanto a qualche sottosegretario durante non si sa bene quale inaugurazione, con la didascalia “assessore”, un poco quel mal di pancia aumenta. Signore, pietà.
Così, quando apri il giornale e ci trovi quel tizio che cento ne pensa e manco una ne finisce, intervistato per il suo nuovo progetto rivoluzionario che cambierà volto alla città – LUI? Quello che falsificava gli esami sul libretto e campava rivendendo carte di Magic?!, il mal di pancia diventa qualcosa di serio, tipo che valuti l’orribile ipotesi di dover ridurre il caffè. SIGNORE, MI SENTI? PIETA’!
Ed infine viene il giorno che apri il giornale e c’è LUI. Lui, l’inutile ectoplasma morto di figa che ogni giorno, ogni giorno arrivava al bar dove tu lavoravi. Lui, che alle 12.00 puntuale come solo Equitalia, la Morte ed il Canone Rai – e con la stessa irresistibile simpatia – si presentava ed ordinava “un macchiatino” con i capelli ancora umidi di doccia e l’odiosa voce nasale strascicata. Lui, che a 25 anni ancora non aveva dato manco un esame, spendendo e spandendo alle spalle della “mamy” che lo adorava, cosa di cui non mancava mai, dico mai, di vantarsi. Lui che “dai cazzo stavolta mi dici di sì, che ti passo a prendere con l’ammiraglia”. L’AMMIRAGLIA? La MITRAGLIA!
Lui, che era pure l’ultimo ad uscire dal bar – le notti che gli hai bestemmiato a ritroso venti generazioni di parenti – che ti faceva chiudere cassa alle 3 del mattino, tanto “io domani mica lavoro eheheh”.
Lui.
Lui che si candida a Sindaco.
Perché lui sa “come fare il bene della nostra città”.

No, mal di pancia non avrai la mia pelle.
SIGNORE, MI SENTI? DIMENTICATI LA PIETA’. VORREI DEL CIANURO, L’INDIRIZZO DEL BAR DOVE FA COLAZIONE ADESSO E L’AVVOCATO DI KABOBO. GRAZIE.

L’avvelenata mi fa una pippa.

C’erano una volta gli adolescenti.
C’erano una volta gli adolescenti con la loro contrapposizione noi buoni-altri cattivi, con la loro scala valori che si andava formando, col loro desiderio di eccezionalità che bruciava metaforicamente parlando, ma non solo, il pacchetto vita-comune-normalità-stai-composto-a-tavola ereditato dalla famiglia.

C’erano.
Merda, ‘mo siamo tutti adolescenti, siamo tutti iperspeciali, magnifici, unicissimi, artisti, diversi ed importanti. NOI. Per contrapposizione, gli altri sono lammerda.

Mi avete rotto il cazzo. Sono stufa di leggere io io io sono figa, invece la donna media che legge il gossip e si fa la manicure è lammerda.
Sono stufa di leggere io io io sono sensibile e carismatica, invece le altre persone sono grette e pensano solo al lavoro e sono morte dentro.
Sono stufa di leggere io io io sono una gatta da pornofusa, invece le altre donne sono scialbe e non sanno cos’è il sesso fatto bene, dannazione tutte le altre donne. Poi scopri che la gatta in questione c’ha sedici anni: MA PER FAVORE, PER.
Sono sono stufa di leggere la stramaledetta “lentamente muore” attribuita a Pablo Neruda: NERUDA NON L’HA MAI SCRITTA QUELLA MERDA DANNAZIONE!!! VIVIAMO NEL 2012, se c’avete un blog e facebook potete anche usare google, diosantissimo che accompagni garibaldi.
Sono stufa di gente normale che vive contrapposta ad altra gente normale criticandone le minime debolezze quotidiane. Sono stufa di quarantenni coi blog glitterati che scrivono delle gran poesie di merda a base di membro lucido, spada di carne, catturata alle spalle! – cristodiddio – e poi si lanciano contro la semplice prosa de “me l’ha messo nel culo con un cazzo grossissimo”. E santi numi chiama le cose col loro nome. NO! SIA MAI! Una è arte, l’altra pornografia.
NEIN! UNA E’ MERDA L’ALTRA NORMALISSIMO, BANALISSIMO, SDOGANATISSIMO sesso anale.
A meno che tu non pensi di aver inventato il sesso. O l’ano.
Sono stufa di gente che appena esce dal proprio paese si sente Cristoforo Colombo e poi rimane due settimane serrata dentro ad un VeraClub, e se ne viene fuori con le pappardelle su quanto viaggiare allarghi la mente. TE L’HA ALLAGATA LA MENTE, senza la erre.
Sono stufa di te, e di te, ed anche di te, col vostro cazzo di ditino puntato sempre contro gli altri, che sono normali, banali, che si permettono le loro vite da criceto sulla ruota, che mangiano la bistecca – ORRORE – che non ascoltano indie-afro-jazz-sperimentale ma gli piacciono i Ricchi&Poveri – DISGRAZIA!!- che rimangono nel loro paese invece di migrare in papuasia a coltivare barbabietole transgeniche, però in America NO – l’america è l’impero del Male! – vale solo se ti trasferisci in qualche luogo sperduto del terzo mondo a sentirti più pioniere degli altri, facendo il figo in una reggia che costa quanto un garage in italia e con la casa piena di indigeni che ti fanno pure il bidè.
E gli altri sono medi. Grassi. Anoressici. Sbagliati. Normali.
Cazzo vivo in un’epoca in cui essere NORMALE è il peccato capitale. Dobbiamo tutti essere un po’ pazzi. Un po’ svalvolati. Irresponsabili. Sofferenti. Scrivere endecasillabi vomitevoli. ANZI NO, CHE’ LA VERA POESIA VIENE DA CUORE E NON HA METRICA.
Smettere di depilarci. Venire giudicati imbecilli perchè abbiamo le unghie curate. Venire giudicati fascisti perchè sappiamo cos’è stato Porzus. Venir giudicati borghesi perchè paghiamo un mutuo.
Ma il massimo è essere giudicati ARIDI perchè abbiamo storie d’amore felici.

Oh, specialisti della differenza e dell’unicità, mi elencate cosa cazzo avete fatto voi di anormale e magnifico per salire su quel piedistallo, a parte tagliuzzarvi le braccia, tatuarvi la punta del naso, scrivere poemi epici a base di vagine sanguinanti, fotografarvi i piedi, le birre, i posaceneri e stracciare i coglioni?

Chi di voi è Robert Gallo??

sanguisughe

(On air: american pie, don mclean.)

Sono stanca. Sono stanca stanca stanca stanca.
Il caldo, certo. Gli anticicloni con nomi improbabili, giuro che quando hanno iniziato a parlare di Caronte e Minosse mi sono chiesta se i nomi adesso glieni danno gli Elkann.
Qualche problema a casa.
Il lavoro, soprattutto: Luglio è il mio mese incubo.
Prima di avere una segretaria-collega part time, quando eravamo ancora troppo piccoli per permettercela, io di Luglio ho lavorato sabati, domeniche, 15/16 ore filate, è capitato anche fino alle due del mattino.
Già, prima di avere la segretaria.
Che ha un bambino.
Piccolo.
E i genitori che vanno via, in Luglio.
E l’asilo è chiuso, in Luglio.

(1) Indovina chi vince una dose di lavoro doppia, in Luglio?
Ebbrava.

Lo stralavoro poi si somma ad una sensazione di difetto totale: la casa trascurata, i gatti trascurati, gli amici non ne parliamo, il Tecnologico trascurato (sto iniziando a valutare l’ipotesi di andare a letto sussurrandogli qualcosa tipo “Facciamo l’amore…cosa ne pensi della necrofilia?”), ed ovviamente questo è un superboost per il mio famoso senso di colpa atavico e famelico.
Sì, sono un rottame.
Comunque sono proprio questi periodi qui, che son stremata, che andrei a letto alle otto di sera, che fossi da sola a casa manco cenerei, che ho la sensazione di mancare a mille impegni presi (oddio non ho chiamato tizio, oddio non ho sentito caia, ommmaremma ma veramente ho gente a cena domani?) e, per dirla alla milanese, sono in sbattimento totale che, fiutando la mia fragilità, arrivano le sanguisughe: gente che nella tua vita NON ESISTE proprio, ma che improvvisamente ti si attacca alla pelle, succhia sangue per due ore e – per grazia del Signore – ritorna nell’oblìo dal quale proviene.

Inizialmente pensavo di considerarle IO sanguisughe a causa dell’altissimo tasso malmostosità del momento e della pazienza in riserva (e Giobbe, a me, mi fa una pippa), e che invece in altri momenti non mi sarebbe pesato.
MA COL CAZZO.
In 3 giorni 3, di fila, mi si sono attaccate al culo le seguenti persone:
a-Una Vaga Conoscente, con un pippone infame su quanto è fuori di coccio la ex del suo moroso, che LO TEMPESTA di messaggi e chiamate, che chiaramente non si è rassegnata, che è una stalker, è pazza, pericolosa. Dopo 3 quarti d’ora di conversazione one way track, sono riuscita a farmi dare i fatti: UN messaggio al mese, UNA chiamata in 3 mesi – al compleanno, DUE incontri nello stesso locale e bada ben bada ben bada ben…la “stalker” ci lavora in ‘sto cazzo di bar!
(2) Indovina chi è pazza, fuori di coccio e pericolosa?
Eccerto.
b-Un Conoscente disgraziatamente non abbastanza perso di vista, che mi ha letto – ed analizzato sillaba per sillaba – al telefono, uno scambio su skype con la sua ex morosa, anzi oserei dire ex-ex-ex visto che lo ha (lei) scaricato come un sacco di merda 3 anni fa. Questo scambio è sintetizzabile così: sei un bravo cristo, sono contenta che tu stia bene e che tu sia felice con la tua nuova compagna, ti auguro di stare bene, certo io mi sento in colpa per averti fatto soffrire, ma ammetti anche tu che eri insopportabilmente arroccato su alcune posizioni stupide.
Ci siamo? Bene.
L’analisi di lui, durata quasi un’ora, era: lei mi ama ancora, vero? si capisce. Eh ma io mica aspetto lei sai! Io sono felice, sai! (CRUNCH!) E questo pirla con cui si sposa? AH-AH, non ne parla mai nessuno. Ma a te chiede di me? Eh? Come, “Mai”? (CRUNCH!!) No dai ho capito che lei ti dice di non dirmelo, ma parla di me vero? Come, “no”? (CRUUUNCH!!) Beh guarda a me non sembra felice. Ti pare che avrebbe ancora questo rancore qui da dirmi che sono stato stupido, se non mi amasse ancora? (CRUNCH CRUNCH CRUNCH).
(3) Indovina chi non ti amava manco allora e s’è scopata uno la sera stessa che t’ha mollato?
Evviva!
c- Una perfetta sconosciuta. Figa. Giovane. Che mi s’è seduta accanto ad una festa ed ha iniziato a raccontarmi la rava e la fava, dell’ex fidanzato pluritraditore, incontenibile scopatore e pure un poco stronzo, con la fiatella ed i piedi puzzolenti, e della nuova felicità accanto ad un panciuto impiegato delle poste che passa 3 ore al giorno a chiedersi come cazzo sia possibile che una figa come quella eccetera eccetera. Oh, ho finito una bottiglia di Raboso nel mentre. Io sarò anche veloce a bere, ma questa qui m’ha “uggiso l’anima”. Che poi. Dai. Fai pena.
(4) Indovina chi tornerebbe dal fedifrago de corsa?
Eh, ma va.

Il lavoro su stessi farà anche bene, ma ci sono sere che veramente rimpiango quando sapevano tutti che ero una stronza ignobile, quando nessuno si sarebbe sognato di cacciarmi dei pipponi del genere e soprattutto quando alle donne giovani, fighe ed oche, stavo irrimediabilmente sul cazzo.
E avevano ragione loro.

quanto mi manca l’mdma.

La follia dei miei clienti non conosce limite nè confini.
La mia capa, scettica, che come sempre pensa che quel che non va bene non vada bene per mia solo mia niente altro che mia atavica incapacità, sta litigando, giuro, litigando come tra parenti, al telefono con una cliente che secondo lei avrebbe “sistemato in un attimo”.
Sarà la ventitreesima volta che la chiama per nome, “giovannamaria… no dai giovannamaria, non dica così giovannamaria, non faccia così, giovann…giov… giovannamaria, smetta di urlare!”
Io, giuro, la guardo con l’empatia che potrei provare per un sasso dipinto, un cucciolo di tarantola, un trattato di chimica organica.
Sono qui alla scrivania che faccio ticchettare i tasti, con questo “giovannamaria, giovannamaria” che mi scandisce il tempo.

Questo cliente mi ha chiesto, e confermato, un appuntamento per cui io ho appena lavorato 4 ore.
Poi la sua segretaria, GiovannaMariaQualcosa, ha telefonato seccatissima per annullare il tutto.
Poi per annullare l’annullo.
Poi per annullare l’annullo dell’annullo.
A questo punto non so se stanno litigando per andarci o meno.

Ah, aggiornamento delle 16.39: aspetto telefonata del capo di GiovannaMaria, inferocita, da un minuto all’altro: la mia capa le ha detto che l’appuntamento non può essere disdetto, avendone IO comunicato la data 3 settimane fa, direttamente a lui.
Ovviamente se l’è inventato di sana pianta solo per avere l’ultima parola con GiovannaMaria benedetta del Signore.
Quanto poco mi invidio, alle volte.

[oldies] Dal secondo appuntamento la strada è in discesa.

[Questo post ha cinque anni. Auguri, post.]

La definizione di “donna ping pong” di tommy (dicasi donna ping-pong colei che risponde malamente un PONG isterico-seccato ad ogni timido PING proposto dal maschio) ha causato un breve summit tra donne ieri in fase aperitivo. Eravamo in tre.
Tema: tu quando sei stata pingponggirl?
Risposta: chi, ioooo? MAI!
Dopo un’infinita serie di “ma io – ma lui- ma noi – ma quella volta non fa testo – ma quello era un cretino – ma ti ricordi quel boaro pazzesco [tamarro, ndr]”, siamo arrivate ad una conclusione.

Solo che, trattandosi di summit tra donne, ovviamente la conclusione c’entra pochissimo col tema proposto.
In compenso, ecco stilate le dieci cose più fastidiose, più brutte, più cretine che un uomo può fare al primo appuntamento, quelle che ti fanno passare dalla categoria “forse ci sto” alla “ma che ci faccio io qui con questo qui”. In pratica, come rendere PingPongGirl anche una donna ben disposta. Almeno, una di noi tre.

1) Non stiamo giocando a Cluedo. Noto anche come “Ti porto fuori a cena in un posto a sorpresa”. Ok, l’idea è carina. Davvero. Ma dammi un indizio di massima, non sul posto, no, sul GENERE. Perchè non farlo è crudele e cretino, una donna quando esce per un primo_appuntamento deve sapere come vestirsi. Non farmi uscire tirata come Cher, su tacco 12 e vestita in qualcosa di scomodo-chic, per poi farmi fare la figura dell’escort di pregio all’osteria da bepi! Non farmi uscire in jeans e scarpe da tennis perchè poi mi trovi circondata da stangone strafighe in un posto in cui un cagacazzi snob vestito da pinguino chiama lo champagne “bollicine”. E’ da idioti. Ricorda che se io passo una brutta serata [e vivaddio, questo mi farebbe passare un’orrenda serata], anche la TUA serata sarà pessima.

2) Buonasera, sono Arlecchino, Colombina è in casa?
Ok, i colori accesi mettono allegria. Ma…Siamo sicuri che sette/otto colori differenti provochino Allegria e non ILARITA’? Dai, è orribile. Il maglioncino arcobaleno a righe. I jeans viola, se hai più di quindici anni (secondo me è orrendo anche a 15, ma le mie amiche sostengono che siamo troppo anziane per capirne di moda giovane). Quelle felpone multitoppamulticolore con le scritte enormi, tipo “Fuck the babysitter” o “De puta madre”. Sono scacciafiga. Veramente. Tienile per il pokerino con gli amici.

3) Ops, non c’era l’etichetta. Questo punto vale per tutto, a partire dal momento in cui suoni il campanello. Qualsiasi cosa tu porti [se porti qualcosa], qualsiasi macchina tu guidi, qualsiasi orologio tu abbia al polso, qualsiasi ristorante, pizzeria, sushi bar tu abbia scelto: NON CONTINUARE A RINFACCIARMI QUANTO COSTA!
Pago volentierissimo la mia parte e pure la tua, purchè mi risparmi questo strazio.
Le rose che “non ricordavo che queste a gambo lungo fossero così pregiate, hai idea? I fioristi sono ladri”.
La macchina che “Eh fa tot chilometri con un litro e la ripresa in tot secondi oh l’ho pagata una cifra hehehe”.
L’orologio “bommerciè oroginale, eh! Milleeccetera euri” (Baume&Mercier, questa è una citazione pura).
Il ristorantino “che sono vampiri, ehy, hai visto, 12 euro un antipasto”.
Mi fai andare tutto di traverso. Andiamo da Mc Donalds, ma smettila di lamentarti.
E se pensi che bullarti dei tuoi soldi faccia figo, sappi che la mia risposta standard [ok, forse sono una stronza] è: “Mio papà ogni tanto ci porta i colleghi… dice che questo è un posto molto alla mano”.
Toh.

4) Mastica con la bocca chiusa. E per favore, se tra i denti t’è rimasto un pezzo della nostra cena a un tot. all’euro, portati il filo interdentale e vai in bagno, CRISTODIDDIO. Grida anche tu “NO ALLO STUZZICADENTI”. Tu non sei Bud Spencer ed io sicuramente non sono Terence Hill!

5) Conversazione. Cioè: quando riuscirai ad infilare due sillabe nel mare di puttanate che starò dicendo io (che essendo un primo appuntamento sarò nervosa). Fai che quelle due sillabe non riguardino la tua ex. O la tua attuale. Ma se per sbaglio ci caschi e ne stai parlando, parlane poco e bene. Partire con “quella stronza, quella troia” non mi fa sentire tua complice. Mi fa pensare a quando dirai di me “Quella stronza, quella troia“. Idem per la vostra vita sessuale: tientela per te. Se tu mi dici che era frigida, io capisco “ce l’ho piccolissimo“.
E idem per l’aspetto fisico. Se mi dici che è un cesso ed invece è una strafiga (prima o poi la vedrò…) penserò che sei un rosicone. Se mi dici che è una modella supergnocca ed io mi trovo di fronte ad uno scaldabagno (la vedrò, prima o poi…), penserò che sei un cazzaro.
Qui entra in gioco la vera anima Ping Pong di ogni donna. Se dovesse essere invece davvero bella, mi sentirò inadeguata (vedi punto uno sulla serata orribile]. Se dovesse essere davvero un cesso, mi chiederò cosa ci faccio fuori con uno sfigato come te. Vedi? Non parlare della tua Ex.

6) In nessun modo srotolare 12 metri di lingua nella gola della partner e sbausciarle la faccia fino all’attaccatura dei capelli può essere considerato “baciare bene”.

7) Se hai un alito orrendo, non mangiare una mentina, l’effetto dura mezzo secondo e dopo sembra di respirare vicino ad un flacone di ammoniaca. E per carità del Signore Misericordioso&Paziente, non fare la mano a conchetta, TI VEDO, lo so cosa stai facendo, non ho 13 anni! Beviti un rhum liscio, funziona meglio. E fanne bere due a me, funziona meglio ancora.

8) Il punto otto era ‘la continuazione dal bacio in avanti”, ma non siamo riuscite a metterci d’accordo. E’ una guerra aperta tra “ma scordatelo” “maffigurati e “uhm, forse, perchè no?”. La “perchè no” NON sono io, quindi se stiamo uscendo perchè necessiti di una figa a serramanico risparmia serenamente il tempo ed i soldi della cena: “Non sei tu, sono io”.

9) Se hai beccato una tra “ma scordatelo” e “maffigurati”, una volta arrivati a casa non cercare di entrare con la pietosa scusa che ti scappa la pipì. E se ti scappa davvero, sii uomo: la farai per strada, come piace tanto a voi. E se invece proprio proprio proprio non puoi aspettare neanche un secondo in più (oh, ma che alito avevi che hai bevuto così tanto?)… beh, abbassa quella tavoletta, dopo.

10) La vodafone è tua amica, e forse anche la Tim. Un sms di buonanotte è gradito. Due sono tanti. Dieci fanno di te un rompicoglioni. Più di dieci e distribuiti tra notte e giorno seguente fanno di te un Uomo Gomma. Pensaci.