stand by (me?)

Quello che mi sta succedendo è che mi piaceva tanto scrivere con una sigaretta in mano ed il caffè accanto alla tastiera, e invece adesso.
Mi piaceva anche bere moijto, guardare tre puntate di telefilm una dietro l’altra, gli aperitivi che diventano cena che diventa oh-cavolo-sono-le-quattro, stare in pigiama a far la muffa sul divano l’intera domenica.
Mi piaceva quel meraviglioso spazio mentale del “non avere niente da fare” inteso proprio come niente, nulla, nessuna ansia, nessun orario, nessun obbligo sociale da rispettare. Poche ore alla settimana, magari, ma splendidamente vuote.

Invece adesso.
Adesso ovviamente si tira una riga bella robusta sull’intera faccenda del moijto, dell’aperitivo lungo (ma anche dell’aperitivo in generale, corto, medio, così così), sul binge watching, sul lavarsi i capelli agevolmente, ma soprattutto lo spazio mentale, beh lo spazio mentale ci ha lasciati, è sparito, ciao, addio, addio relax sorgente dal fancazzismo, mi sa che non ci rivedremo mai più, amabile sensazione di non doversi occupare/preoccupare di nulla nell’immediato.

Quando mi mancavano pochi giorni al parto una ragazza che conosco, al secondo figlio, mi disse una cosa che mi rimase molto impressa: “Quando fai un figlio l’unica cosa che davvero perdi completamente, oltre al tempo libero, è la spensieratezza”. Ricordo di aver bellamente alzato le spalle a questa affermazione: mia madre ha problemi di salute da quando avevo vent’anni, e cito solo lei per tralasciare tutto il resto, tutti i problemi di salute, di lavoro ed entrambi da cui siamo passati in famiglia. Vedere una barella che entra volando dalla finestra del salotto è un ottimo inizio per perdere spensieratezza, specie se sopra c’è tua madre.
Bella, bella, bella, bella cazzata.
Ad un mese di vita di Mimosa, in piedi sulla soglia di casa dei suoceri durante le feste di Pasqua, l’anno scorso, sono scoppiata a piangere nel vedermi passare davanti una macchina con dentro una coppia, con la musica alta, placidi, che ridevano forte tra loro; quella, quella lì era la spensieratezza! Non quella che credevo io! Quell’andare pigro nel primo pomeriggio, con la musica, con la cicca accesa, col finestrino abbassato, senza calibrare al microsecondo l’orario di uscita sgranando il rosario perché non si caghi addosso più di 3 volte, che non ci sia traffico che salta l’ora della pappa, che non ci sia pioggia, troppo sole, tanto vento o Saturno contro, senza “oddio il giro d’aria del finestrino”, senza ‘sto cazzo di gatto puzzolone allergico al sapone al posto di de Andrè, e non menziono neanche la sigaretta, e la possibilità di non fare programmi.

E’ passato più di un anno. Le cose vanno infinitamente meglio dopo il terremoto che i mesi iniziali hanno portato con loro, direi che adesso salvo qualche scossa di assestamento siamo entrati in routine, tutti e tre. Per farlo s’è dovuto rinunciare a tutto quello che non fosse famiglia e lavoro. Dieci ore fuori casa, tre/quattro ore con Mimosa, un paio infine col Tecnologico, a condensare i nostri tempi insieme di una volta nei ritagli pre e post cena, telefilm e letto.
Io, come individuo, sono scomparsa. O meglio: è scomparso il mio tempo. Esisto come entità autonoma circa mezz’ora al giorno, tra le sei e un quarto e le sette meno dieci, il tempo di una doccia, un caffè, e già mentre faccio il caffè inizio a cambiare l’acqua ai gatti, a preparare il biberon, mi muovo pianissimo, penso ai vestiti da preparare, alla lista della spesa, agli orari della babysitter, al sacco dei ricambi del nido, a tutto quello che mi scorre intorno e addosso e che vorrei fermare, appuntare, scrivere come una volta. Lo penso, lo elenco, poi lo lascio andare perché già so che non avrò tempo e quando ci sarà tempo non avrò voglia, sarò stanca, preferirò dormire.

Eppure avrei tantissimo da scrivere. La difficoltà, la gioia, Mimosa con la febbre altissima che parla nel sonno e chiama prima me, poi il ciuccio e poi il gatto, che mi rincorre aprendo la bocca e dicendo “sìsì” per farsi dare il gelato, che indica qualunque cosa per farsene dire il nome, che dichiara dal nulla che il kiwi è verde, che ama la sigla di ippotommaso ed è convinta che tutti gli uccelli, dal merlo allo struzzo, facciano “qua qua”. La fatica del non perdere la pazienza alla miliardesima volta che un oggetto vola a terra, i tentativi di decifrare i discorsi o le richieste, ed alla fine della giornata la ninnananna ed il respiro che diventa pesante mentre le accarezzo la schiena, nel lettino.
Gli amici che hanno presenziato a casa nostra appena hanno potuto e quelli che sono scomparsi, e soprattutto quelli che sono ancora in negazione e pretendono da me le attenzioni e gli orari e la possibilità di improvvisare che non ho più, e che di quella mancanza si offendono. Non ho neanche il tempo materiale di incazzarmici, di chiedere un confronto, di ragionarci: ma non vuol dire che non faccia male. Fa male.
Fa male e tiro dritto. Fa male e neanche ieri sono riuscita a lavarmi i capelli, stavamo raccogliendo sassi e fiori, qualcuno cercava di annusare il sasso e di mangiare il fiore, quand’è che la mia vita è diventata una roba tipo una canzone di jovanotti?
Ma fa ridere, e tiriamo dritto lo stesso. Compro scarpe minuscole, ma neanche poi tanto, ho il frigo pieno di yogurt ed io lo yogurt lo odio, non riesco ad avere la meglio sul disordine nostro e soprattutto quello creato dai gatti, ho sensi di colpa oceanici, ho dimenticato che faccia abbia l’estetista e pure il parrucchiere, alle 23 mi vengono i colpi di ansia da oddio è tardi è tardi bisogna dormire, eppure io credo che sui bordi, come diceva un amico, per caso, inaspettatamente, con le occhiaie e la fretta costante, insomma io credo di essere felice per la maggior parte del tempo, anche se per la stessa maggior parte del tempo sono e mi sento un essere umano in stand by.
Io non lo sapevo di essere talmente ingombrante come persona da dovermi metaforicamente accoppare come entità autonoma per poter fare la madre.
Go figure.

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Asocial network

Una volta scrivevo dappertutto: sulle agende omaggio delle banche, su carta da lettere bianca, su carta da lettere a fiori, sui block notes che si trovavano nelle camere di hotel, sul retro degli scontrini, ai margini dei libri, sulla pagina centrale strappata dai quaderni di scuola, sui tovaglioli di carta e sulle tovagliette delle pizzerie.
Una volta avevo questo moto continuo che iniziava ronzando nella testa e finiva tutto in inchiostro sulla carta, magari a volte condito da qualche chiazza, ché scrivevo solo con la stilografica, intanto, e spesso nei bar. Avevo questo moto continuo e raramente quello che scrivevo aveva altro pubblico oltre a me stessa, nonostante nella mia testa cambiassero e si affollassero spesso destinatari.

Poi è arrivato a casa un computer. Lo so che office, word, programmi di ogni genere sarebbero meglio, ma io uso ed ho sempre usato il blocco note. Txt mon amour. Kb e kb di menate, niente più stilo niente più chiazze e molti meno bar, ma nulla ancora era cambiato.
Poi sono arrivati i blog. Ed era diverso, ma non molto ancora. Intanto perché chiunque leggesse un blog, spesso ne scriveva a sua volta. Era uno scambio tra estranei, almeno inizialmente. La privacy aveva un valore reale, scrivere di fronte a decine di persone che non ti conoscono affatto aveva lo stesso peso di quegli interlocutori immaginari della mia adolescenza.

Poi sono arrivati i social network, e un ulteriore cambio di modalità. Dalla “produzione” alla condivisione. Dal post allo status. Da “io invece penso che” al “mi piace”. Ho sempre guardato con rammarico il concetto stesso di “like”: magari adesso mi sono assuefatta, ma inizialmente premere un tastino invece di esprimere un parere mi sembrava impoverimento, mi faceva tristezza. Le cerchie di persone note rendono impossibile l’essere degli sconosciuti senza faccia, con tutto il peso che comporta per quelli come me, che a ruota libera davvero riescono ad andare solo di fronte al foglio bianco oppure a completi estranei, a quelli che in fondo poi scendono dal treno e non li rivedi mai più.
Il palco offerto dal mezzo per altro permette a quelli che conoscevi di esprimere a colpi di like e di share opinioni e commenti per cui desideri ardentemente avere tu, un treno da cui scendere per non rivederli mai più.
Nel mezzo per fortuna c’è Candy Crush Saga.

Non avrei mai affrontato l’argomento se non fosse per una conversazione degenerata in combattimento all’arma bianca sotto un post di – credo!- Selvaggia Lucarelli che qualcuno ha condiviso facendolo rotolare sulla mia bacheca. Erano le settimane della menata “Sono una mamma orgogliosa, ecco le foto della mia creatura, taggo tizia caia e sempronia che facciano altrettanto” e non era eclatante il post in sè, diceva qualcosa tipo “Io posto quante foto di mio figlio voglio, tanto il web è pieno di foto di bambini nudi, non vedo perché un malintenzionato dovrebbe sbavare sulle foto del mio vestitissimo e defilato pargolo”.
Concetto chiarissimo. Eppure.
Nei commenti sotto, un’orda di Erode con le palle gonfie delle criature, delle mamme, del mammesco orgoglio e delle condivisioni a pacche sulle spalle e Mulini Bianchi per tutti, una valanga umana che altro che il referendum sulle trivelle OH DIO MIO, si scannava con le mamme suddette urlando “I vostri figli ci hanno rotto il cà”.
Tutto qui? No.
1. I vostri figli ci hanno rotto il cà, voi non pensate alle donne che soffrono perché non riescono ad essere madri quando condividete tutte ‘ste foto di bambini, e provocate dolore e invidia.
2. Voi donne che non siete madri, per scelta o meno, voi altre non pensate alle donne che sono madri quando condividete foto dei vostri viaggi e delle vostre serate e del vostro nuovo taglio di capelli, e provocate dolore e invidia.
3. Beh comunque meglio le foto dei bambini che quelle dei gattini, i gattini sono il male i gattini hanno rotto il cà.
4. Giusto, basta foto di gattini, mettiamo solo foto di cagnolini che il cane è più intelligente del gatto.
5. Le foto di cani e gatti hanno rotto il cà, evviva le foto di papere maiali cavalli e vitellini che accusano di assassinio chi se ne nutre.
6. I vegani hanno rotto il cà, evviva le foto di grigliate e panini onti e sushi e il maialino sardo signoramia che bontà.
7. Voi che condividete foto di cibo avete rotto il cà! AI BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME CHI CI PENSA?

Le prime 3 le ho lette esattamente così. Dalla quarta mi sono limitata ad un riassunto. Alla settimana mi sono rotta il cà, ma avrei potuto continuare fino a stanotte.
L’elenco delle cose che danno fastidio a chi le legge è talmente lungo e variegato che si può comprendere in un’unica parola: tutto.
Tutto ciò che viene condiviso su facebook infastidisce qualcuno. Ma veramente?
Mi sono sorpresa a far caso a cosa scrive la maggior parte dei contatti che vedo (una metà sono lì, nel limbo del “non ho voglia di litigare, ma almeno non ti leggo”) ed effettivamente l’argomento che regna sovrano è quanto gli altri abbiano rotto il cà. E’ un fiorire di meme coi vaffanculo, di frasi motivazionali su quanto gli altri non ci meritino, meglio soli, di lamentele sulla cretineria altrui, che barba che noia gli altri, i pensieri degli altri, gli amori degli altri, i figli, i cani, i gatti, i cavalli, i sorci degli altri, gli amici degli altri, il lavoro degli altri, il dolore degli altri, la vita degli altri, insomma: gli altri, a tutto tondo ed a tutto spiano.

Una specie di palcoscenico assurdo dove tutti vogliono fare i protagonisti e nessuno vuol sentirsi pubblico. La mia parte preferita sono i messaggi pubblici per gli assenti, tipo “Volevo dire a tutti i miei colleghi leccaculo che blablabla”. Quanti colleghi hai in lista amici? NESSUNO.
Geniale. E’ la bottiglia in cui urlava Fantozzi aggiornata al 2016.

Amici, Sartre sarebbe molto orgoglioso di voi, ma se gli altri vi ammorbano la vita, non ve ne frega un cazzo e state bene solo soli, il social network che lo tenete aperto a fare?

Passata è la tempesta (cit.)

L’avevo già detto, in tempi non sospetti. Io sono una persona media. Mediocre, nel senso autentico del termine.
Cosa capita a questa persona media con la sua vita media e soprattutto il suo blog MEDIO, col suo traffico di venti cristi al giorno, un picco di 200 se proprio proprio, il suo “parco blogger” con cui chiaccherare la sera, quando plana totalmente inconsapevole nel meccanismo di un post che diventa virale sui social network?

L’ANSIA.
Un’ansia della madonna.

Che poi manco mi sono resa conto.
Martedì guardo le statistiche (adoro le chiavi di ricerca) e dico al Tecnologico:
“Toh sono spariti gli accessi”.
“Come spariti?”, mi risponde lui.
“Ah, boh, di solito c’è un grafico, adesso vedo solo oggi, i giorni precedenti sono tutti a zero”.

Poi controllo.
Non sono a zero i giorni precedenti.
E’ a duemila e qualcosa il giorno stesso.

“Ma… ma segna un numero spropositato!”, protesto col fidanzato.
E lui, che è il Tecnologico mica per niente:
“Ti avranno condivisa su facebook”.

Ora, io le avevo levate apposta, le opzioni per la condivisione sui social. Penso ad una qualche anomalia di wordpress e me ne vado a letto bella paciarotta.
La mattina dopo, ore 8.00, ho la casella mail con 300 messaggi non letti.
Apro il blog e c’è il finimondo. Una notifica ogni 30 secondi. Una fiumana di persone. Commenti, like, mica like, follow, più WordPress stesso che ogni dieci minuti mi dice:
“Ehy brava hai superato il tuo record di visite!”, “Guarda che è un gran giorno per i like”, “A tizio piace il tuo blog, magari anche a te piacerà il suo!”.
Il Tecnologico ridacchia, poi guarda anche lui il blog con la sua cartellina arancione che lampeggia festosa, e dichiara “Ti stacco la rete”.

Vado a lavorare. Arrivo in ufficio. La casella mail ha dei numeri di non letto improponibili. 600. 650. 700. Mi chiama il Tecnologico: “Guarda che sei sulla pagina di PalleQuadre”. E ride.

Per una come me, finire sulla pagina di PalleQuadre è come se avessi, che ne so, l’hobby del rammendare calzini, ed un giorno uno ti chiama e ti dice “Ciao, c’è una foto dei tuoi calzini rammendati in home page di Vogue”.
Ma che davvero?

La casella mail non la guardo più perchè mi viene l’ansia.
I commenti non riesco manco a leggerli, e mi viene l’ansia.
Apro facebook. I miei gruppi stanno condividendo lo stesso post.
Peggio: i miei AMICI stanno condividendo lo stesso post, senza sapere che l’ho scritto io, piccolo particolare irrilevante.
Sì, perchè fino all’altro ieri lo sapevano in due, che scrivo un blog, Sua Tecnologia e mio fratello.

Voglio del lexotan. Devo lavorare. Chiudo. Riapro.
Guardo gli accessi. 50.000. Un quarto degli abitanti della mia città.
Voglio anche dello Xanax.
Mio fratello, pure lui, mi manda un messaggio: “Perchè c’è un tuo post sulle bacheche dei miei amici?”
Ma veramente?
Intanto WordPress mi racconta “Ciao, sai cosa? Sei nei primi dieci blog”.

No. Nei primi dieci blog ci sta la gente che deve stare, nei primi dieci blog. Non quella come me, che scrive tre post al mese di cazzeggio di cui uno perennemente la domenica e mentre asciuga lo smalto di una mano ticchetta con l’altra. No.
Io non voglio intrattenere nessuno. Io blatero dei cazzi miei. Vedi, stupido WordPress? Io scrivo cazzo. Un sacco di volte. E merda. E sicuramente avrò infilato anche qualcos’altro, da qualche parte.
Stupido wordpress, ci sono i blogger veri là fuori. Mollami.
“Ciao Verba, abbiamo un nuovo record che…”
PUSSA VIA TI HO DETTO, IO NON SONO DAGOSPIA!

Arrivo a sera che sono l’immagine dell’incredulità. Non sto neanche a dire quante persone sono passate da qui, ad oggi è praticamente l’intera mia città più la prima provincia.
Fa impressione. Piagnucolo al Tecnologico “Ma adesso che ci ho i follower io posso continuare a parlare dei cazzi miei?”
Il Tecnologico risponde, testuali parole:
“Cristo. Chiudi tutto.”

Nel frattempo c’è un sacco di gente che mi scrive complimenti, un sacco di gente che argomenta assai meglio di me, un sacco di gente che mi dice “cretina” (a questo son già più abituata) ed un sacco e mezzo di gente incazzata.
Il primo giorno si incazzano per le citazioni di lauree. Mi sarò spiegata male.
Il secondo giorno qualcuno si incazza perchè non-si-dice-ignorante.
Il terzo arrivano i matti veri, e con loro dei nuovi settaggi al filtro antispam.

Adesso che la situazione sembra stabile e la piena passata, posso dire che:
E’ stato bello.
E’ stato terrificante.
Da grande è più facile che faccia l’astronauta piuttosto che la blogger.

Grazie a tutti. Grazie a chi ha scritto la sua, a chi ha scritto dei complimentoni che manco mi merito ed a chi ha scritto mavaffanculo. Grazie al matto che ha lasciato 7 messaggi di bestemmie che giacciono nella coda spam, insieme a riferimenti alla moralità mia, di mia madre, di mia nonna ed allo stato di conservazione del mio culo. Grazie al troll che s’è fatto un fake per venirsi ad aiutare dicendo di trovarsi “molto interessante”, senza sapere che nei commenti gli ip io li vedo IN CHIARO.
Grazie a chi ha spiegato al posto mio agli offesi. Grazie a chi ha argomentato, risposto, riso. Grazie a chi non ha capito come funziona un pingback.
Ma grazie soprattutto perchè in qualche migliaio mi avete cercato come verbasequentur, che adesso è la prima chiave di ricerca e sostituisce, dopo MESI, l’insopportabile “modelle puttane eroinomani” che non so come fino ad oggi ha mandato la gente da google, qua.

Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?

andare, (forse) tornare.

(ogni riferimento al post di Lucy, giuro, è completamente casuale!)

C’è questa cosa che vivi accanto ad una persona per trent’anni. Da bambine vi siete confrontate i miominipony e la sventura di essere le sorelle maggiori, quelle i cui giochi vengono rubati, depredati, distrutti. Quella che “porta pazienza i tuoi fratelli sono piccoli”.
Da adolescenti l’andare allo stesso liceo ha stretto il rapporto, che è diventato prima importante, poi fondamentale, poi semplicemente familiare.
Quando pensi alla famiglia che scegli quella è la prima faccia che ti viene in mente. Quando pensi alla tua adolescenza sono davvero pochi i ricordi di cui lei non fa parte. Poi siete diventate due ragazze. Entrambe carine, entrambe curiose, diverse in tutto il resto come il giorno e la notte. Occhi scuri occhi chiari, aggraziata una e goffa l’altra, timida l’una e l’altra sarcastica, amante del ballo e studiosa la prima, amante dei libri e delle nottate brave la seconda.
Lei, brava in tutto quel che fa. Il tocco di Re Mida. Riservatissima, generosa di sorriso, avara di parole.
Io, brava in nulla di particolare, buona solo con le parole. Il tocco di Enola Gay, estroversa all’apparenza, le cose importanti incastrate dentro senza saper uscire.
Poi siete diventate due donne. Il lavoro, i primi stipendi, la prima casa dell’indipendenza vera: insieme.
Affitto, mobili, spesa, pulizie, un gatto.

Poi un giorno lei parte e va a vivere dall’altra parte del mondo.
Un amore, una vita nuova, tutto diverso e ad volte difficile. Il paese scelto, per amore ovviamente, non è nè dei più avanzati nè dei più sicuri né dei più confortevoli.
Da questa parte del mondo, la vita scorre uguale e diversa: convivenza, casa, mutui, lavoro.

Poi passa un anno e mezzo e quella persona torna. Per un po’.

La cosa micidiale del ritorno è che conti i giorni, ti struggi nell’attesa, fai programmi e pensi alla grande emozione del ritrovarsi.
Poi quando ti ritrovi davvero, non è emozionante, è normale. Una sensazione di normalità, di giusto, di “ah ciao ma non sei partita ieri?” strabiliante, come se questo fosse il quotidiano, e lo strano non essere accanto.

Ed è così. Anche a distanza di anni, la stranezza è non essersi accanto. La normalità è riprendere a dire le stesse cose in contemporanea.
Mi dispiace, vita vera che ci metti ai due lati del globo, l’amore vero non ne è sconfitto: non è nemmeno intaccato. Non c’è un momento di disagio, non c’è non saper che dire. Non c’è nemmeno il bisogno di fingersi emozionati per paura di offendere l’altra.
C’è molto da ridere. Ci saranno momenti per raccontare.

Poi c’è il lato B.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo giocoforza si perde il quotidiano. Non direttamente il mio, il nostro. Quello del mondo intorno. Non i grandi amori finiti, non le gravidanze ed i matrimoni: il caldo e il freddo. La bolletta del gas. L’incontro casuale per strada, mesi di piccoli gesti, di aperitivi, di mezze parole più che di grandi discorsi.
Il lato B è che quando uno vive dall’altra parte del mondo la gente gli chiede “RACCONTA!”, ma uno che cazzo ti deve raccontare?
Anche lei si alza, si fa la doccia e fa cose. Anche lei litiga col fidanzato, fa la coda in posta, dorme di più nel week end, fa la ceretta, si mette a dieta, cammina per strada, sceglie le tende.

Sono successe due cose.
La mia vita è andata avanti. Sono cambiati rapporti, sono evolute situazioni, ho conosciuto persone nuove, ho più paura, sono più stanca.
La sua vita è andata avanti. Il rapporto col fidanzato è diventato il centro, quel centro di cui una volta facevo parte anche io. Ha conosciuto persone nuove, ha scoperto un lavoro nuovo. Aspetta un bambino.
Soprattutto però è andata avanti la vita che abbiamo intorno.
Se pensate che le cose non cambino mai, provate a guardare le sfumature nella vita della gente da un anno all’altro.
E’ così difficile tornare indietro e capire che le dinamiche tra le persone non sono le stesse. Che sì, tre anni fa Bao ti ha pestato un piede. Sì, non lo vedi da allora. Ma sì, sono passati tre anni. Sai cose che ci sono dentro tre anni? Sì, Lord s’è comportato male. Ma ogni volta che ci siamo visti, per due anni, che sono più di settecento giorni vivaddio, lui mi ha chiesto se ti ho sentita e come stavi.
E no, non so perché non ti abbia scritto per chiedertelo. Ma se torni aspettandoti un fastidioso sconosciuto, rischi di trovare un incuriosito vecchio amico, che si è dimenticato che avete litigato, ed ha solo voglia di sorriderti e congratularsi.
E sì, io ho provato a medicare la ferita che si è aperta nel nostro gruppo di amici e che anche io ho sentito come dolorosa e feroce.
Ma poi ho smesso, che non era compito mio. Che anche a me può stare sul cazzo qualcuno. Ed anche a me può stare simpatico invece, e può non importarmi se non è ben accetto da tutti.
Ed alla fine, da questo lato del mondo, la ferita s’è rimarginata.
Dall’altro lato del mondo invece s’è fatta più larga, e tornare è buttarci sale sopra.

Io non ho la forza di medicare un arto sano. A me, veramente, stavolta non importa. Non mi importa “tutti insieme”, non mi importa “viene anche tizio”, non mi importa che vi vogliate tutti bene.

Ve ne voglio io.
A me basta così.

Vai a scoprire che alla fine la persona che è più cambiata, in questi due anni, sono proprio io; e magari non è nemmeno un male.

(e adesso corro a sfruttare al meglio questa normalità ritrovata)

escludere o includere

Qualche tempo fa il Tecnologico mi ha fatto scoprire una serie di pagine FB che vorrebbero essere umoristiche, e che hanno come tema centrale l’essere anti-vegano.
Insomma, ho leggiucchiato qua e là, ma come sempre accade la violenza verbale “fine a se stessa” mi indispone da morire, così come il talebanesimo spinto, degli uni e degli altri. Trovo ridicolo discriminare una persona in base alle inclinazioni sessuali, figurati in base a cosa mangia: mi infastidiscono allo stesso modo quelli che vanno a trollare nei forum vegani, quanto i vegani in proselitismo sparato che minacciano ed accusano il prossimo delle peggiori nefandezze.
Penso sia vero che il veganesimo come scelta alimentare sia una scelta razionale in quanto più sostenibile per il pianeta. Lo penso, non ne sono sicura, non ho documenti certi da portare; ne ho invece per chi sostiene che senza latticini non esisterebbe il cancro, ma è un’affermazione talmente imbecille che credo non meriti nemmeno menzione. Il terrorismo facebookiano mi irrita a tutti i livelli, proprio mi respinge, così come mi respinge la divisione aprioristica in buoni vs. cattivi. Mica solo onnivori contro vegani: amanti dei cani contro amanti dei gatti, poltronisti contro divanisti, appartamentisti contro villettanti, biondi contro mori, grassi contro magri, terroni contro polentoni and so on.
Ho, disgraziatamente per me, avuto modo di conoscere un esponente di un movimento megaultraanimalista che è una persona violentissima, sgradevole, cattiva, pericolosa. A me non frega un cazzo che tu ami i coniglietti, se poi accoltelli la gente. Non ti qualifica come “buono”. Così come ho un amico, fervente sostenitore della grigliata mista, che ai battesimi dei suoi figli ha espressamente rinunciato a regali, regalini, orpelli, bomboniere, raccogliendo invece soldi per una struttura della mia città che si occupa di leucemie infantili. Ha raccolto quasi 2.000 euro. E’ destinato all’inferno perchè ama la cotoletta? Mah.
Sono abbastanza sicura che se dovessi procurarmi da vivere con le mie mani, finirei a) morta di fame b) a nutrirmi di bacche c) a vivere di cipolle e carote, perchè non c’è verso che riesca ad ammazzare un animale con le mie mani, negli ultimi anni manco gli insetti più schifosi riesco ad eliminare senza senso di colpa, li accompagno all’uscio sotto lo sguardo disgustato e disapprovante del Tecnologico-Sterminatore.
Giusto le zanzare, ammazzo.
Ma detto questo, la cosa che più mi è rimasta impressa delle discussioni pro-anti vegan su FB è che la maggior parte dei vegani aveva una qualche forma di suffisso nel nickname. Mario-Vegano-Rossi, per capirci. Ho cercato di far mente locale per ricordare qualche altro gruppo con lo stesso “uso”, m’è venuto in mente mio cugino (per lo skate), alcuni amici writers milanesi (però usano il loro tag, non si mettono altre etichette), e nulla altro. Non per il calcio (verba-milan-sequentur?), non per la religione (verba-credenteconriserve-sequentur!), non per l’orientamento sessuale (verba-etero-sequentur in effetti suona maluccio), non per gusti musicali, non per aderenza a qualche scuola di pensiero differente (verba-stirneriana-sequentur vs. i kantiani-imperativisti-assoluti mi garba parecchio). Gli unici che abbia mai visto sono i wannabe-missionari africani (per favore non chiedetemi perchè abbia presente la categoria): persone che sognano di andare in africa a fare del bene, cosa bellissima, ma che come tutti coloro che sconfinano nel fanatismo riescono a sostenere assurdità da mal di pancia. Ecco, costoro hanno tutti “africa” come suffisso.
Allora mi è venuto in mente che sia il veganesimo sia il volontariato nei paesi del terzo mondo hanno come denominatore comune una spinta a far del bene, a migliorare il pianeta in cui si vive, a dare una mano… ad essere “buoni”.
E che in entrambi i casi, se dal desiderio di perseguire la propria idea di bene si passa a considerare questo come il bene assoluto, che tutti dovrebbero perseguire, è facile tornare nella mentalità di buoni contro cattivi, laddove i cattivi da combattere sono TUTTI GLI ALTRI.

Allora mi sono anche chiesta se questi suffissi sono inclusivi, fatti per riconoscersi tra persone che credono in un’idea, in uno stile di vita, e lo portano avanti, oppure esclusivi, pensati per distinguersi dagli altri. E gli altri sono diversi. E sbagliano. E vanno corretti.
Al momento non ho una risposta.

Io però non mi sento una cattiva da combattere.
A meno che non siate interisti.

Estemporanea, 13 di enne: serata donne.

Amica: “Sai, l’altra notte ho sognato Piercarlo” (sua vecchia fiamma dei tempi del liceo, perso di vista da almeno un decennio)
Verba: “Ah, ma che strano! Cos’hai sognato?”
Amica: “Hai presente che si dice che se sogni che uno, tipo, muore, in realtà gli allunghi la vita?”
Verba: “Uhm sì, perchè?”
Amica: “Se tanto mi da tanto, io devo avergli accorciato il cazzo.”

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