kill’em all: del perchè i rimpianti sono una gran perdita di tempo.

Ho pensato, ho aspettato per quasi mezza vita questo giorno.
Ho immaginato migliaia di varianti per ogni gesto, ogni sguardo, ogni sorriso ed ogni passo di quella danza d’avvicinamento che sapevo avrebbe avuto luogo, se solo.
Se solo ci fossimo incontrati.
Se solo fossimo mai stati liberi di parlare.
Se solo quella carogna che mi monta dentro mi avesse permesso di essere anche solo vagamente gentile.
Se solo ci fossero stati cinque, cinque minuti in cui il mondo ci avesse lasciati guardarci e sorriderci con calma.
Ho immaginato migliaia di situazioni e milioni di momenti buoni, un caleidoscopio di possibilità che non si è mai, mai realizzato, nè mai risolto.
Fino ad oggi.
Solo le parole le immaginavo sempre uguali.
La mia confessione che, al di là di ogni ragionevole dubbio, al di là di ogni cosa detta o fatta all’epoca per orgoglio e per rabbia, il tuo modo di andartene mi spezzò il cuore, ed aspettai per anni che tu tornassi sui tuoi passi in modo più deciso di quel tentennamento da vorrei non vorrei ma se vuoi messo in atto per cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni.
Le tue scuse, per il modo, per l’aver cercato di tornare senza il coraggio di parlare, per l’aver negato un sentimento che alla fine t’è rimasto addosso, volente o nolente, per cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni.

C’è una parola, in inglese, che rende quel che speravo pienamente:
disclosure.

Poi si poteva parlare anche di gatti, del lavoro, del tempo, poi ti avrei raccontato della famiglia che ho creato, e magari tu della tua, e magari saremmo stati anche un po’ felici l’uno per l’altro, e poi ci saremmo salutati ed io sarei corsa a casa a raccontare al mio uomo di scuse finalmente avute dopo più di un decennio.

E così è andata. L’incontro casuale, cinque minuti di conversazione, mi dai il numero di tizio no guarda lo chiamo glielo chiedo mi dai il tuo va bene grazie come stai pensavo mi aggredissi come sempre beh avevo i miei motivi no non è vero sì è vero dai ma veramente ho detto quelle cose oh beh hai ragione… “è inutile scusarsi dopo 10 anni, ma ti chiedo scusa”.

Così posso tornare a casa felice e nervosa con le mie agognate scuse tardive in tasca e la sensazione di aver finalmente, felicemente chiuso quello spiffero che avevo in testa da 3 lustri.
E arrivo a casa.
E mi arriva un messaggio: “comunque hai fatto un patto col diavolo, perchè sei sempre uguale a quando avevamo vent’anni”.
E poi ne arriva un altro. A pezzetti.
“Il mio rimpianto…[toh, un rimpianto? davvero?] è sempre [sempre? cioè inteso come pure ora? per avermi spezzato il cuore a ventianni?]…DI NON AVERTI SCOPATA”.

Deflagrazione istantanea di cervello, porte e finestre, che in confronto Kenshiro era Daniel-san pre maestro Miyagi.

Rilettura del messaggio.

Supernova di bestemmie silenziose, perchè il mio moroso se legge una roba del genere lo va a prendere e lo incula con un bazooka.

Rilettura del messaggio con esercizio di respiro zen. Fail.
Rilettura del messaggio con attesa di faccina scherzosa a completamento.
Fail.
Rilettura del messaggio con crollo di metaforici coglioni a terra, e nascita della consapevolezza di aver aspettato cinque, dicasi cinque, cinque lunghi anni il ritorno di un coglione coi pruriti al cazzo, di aver ritenuto per altri dieci un’incompiuta la non concessione di un breve dialogo chiarificatore, ad un coglione coi capelli bianchi l’incarnato grigio ed i pruriti al cazzo.
Succeed.

Ipotesi di risposta:
Carta sarcasmo. Scartata.
Carta silenzio. Scartata.
Carta disprezzo e disapprovazione. Scartata.
Carta onestà.
Ti ricordi quanto eri cattiva a vent’anni?
Sì.
Ti ricordi che eri cattiva in parole, opere e omissioni?
Oh sì.
Ci piaceva essere cattive in parole, opere e omissioni?
OH SI’.
Vai con la carta onestà!
“Vai sereno, c’è chi se ne occupa…e c’era anche allora.”

Invio.

Hasta la vista, baby.

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Jean Paul, o delle seconde possibilità.

Stanotte ho fatto un sogno strano.

Eravamo Lord, la mia migliore amica ed io, per le stradine di un quartiere residenziale, di ritorno da una serata. Stavamo andando a prendere la mia macchina. Sono sicura che fosse un balzo indietro nel tempo perchè nessuno dei tre era “accompagnato”, era una serata come tante di alcuni anni fa: niente Tecnologico, niente PiccolaGì, niente Straniero.
Ad un certo punto ci si para davanti un tale, giovane, bello, gentile, che pur essendo vestito normalmente è una specie di poliziotto e che vuole non so cosa da me e dalla mia automobile (suppongo di aver parcheggiato in divieto di sosta pure nel sogno); io qualunque documento lui voglia non sono minimamente intenzionata a darglielo, quindi gli dico “Aspetta almeno un momento che saliamo in macchina e che lo cerco”, gli rifilo la prima carta che mi capita sottomano – stando attenta che ci sia solo il mio nome e non la targa della macchina (UN GENIO DEL MALE ANCHE IN SOGNO!)- e appena siamo saliti tutti lo schivo e schizzo via.
Solo che c’è nebbia, non si vede bene, le stradine sono strette e devo evitare anche un passante (donna al volante, anche in sogno), e il tizio – che si vede che c’è proprio rimasto male – si mette a correrci dietro, a piedi.
Lord mi dice “Oh, accellera che quello là è un maratoneta”, il tizio si avvicina sempre di più, alla fine la nebbia si dirada e fuggiamo festanti.
Stato d’animo: dispiaciuta per il tizio.
Nel sogno poi mi rammarico di averlo preso per il culo e buggerato, vado a fare una passeggiata in centro, lo incontro, e invece di prendermi a calci il tizio mi fa posto su di una panchina e si presenta.
Stato d’animo: grandissima felicità.
Fine del sogno.

Oggi cercando di analizzare soprattutto questa sensazione di grandissima felicità, e volendo evitare l’interpretazione “ti innamorerai di un vigile urbano venticinquenne che ti fa la multa”, mi sono resa conto che il momento “felice” coincideva con la “seconda possibilità” di fronte ad una persona dapprima evitata, anche se con dispiacere.
Mi è tornata in mente un’amica che ho, volutamente, perso per strada tantissimi anni fa (complice una notevole serie di pugnalate alle spalle da parte sua), e della sua “persona sfuggita con dispiacere”.
Avevamo circa 18, 19 anni. Era estate, eravamo in vacanza (io, lei viveva ragionevolmente vicino a dove io ero in ferie), ed una sera andammo in un locale molto in voga e molto in culo per noi, non munite di automobile e circondate da amici dal sederone pesante che 20 km per andare a ballare, anche no. In questo locale c’erano molte persone che lei conosceva, ed un di questi ragazzi ci presentò un cugino, residente all’estero non ricordo dove, e tra questo cugino che chiameremo JeanPaul e la mia amica scattò i m m e d i a t a m e n t e qualcosa, subito, istantaneo, ce ne accorgemmo un po’ tutti.
Non successe nulla di particolare, loro restarono tutta la serata a bere e scherzare e ridere, sembravano amici da una vita, tant’è che ad un certo punto lui si mise a parlare solo inglese ed a presentare lei agli altri amici come “mia moglie”, con lei che fingeva di non parlare italiano.
Al momento di andar via lo perdemmo un poco tra la calca, e complice l’era “pre cellulari” lui non ebbe modo di chiederle il numero di telefono e lei, beh lei si guardò bene dal chiederglielo.
Perchè?
Per tutta l’estate lei, in quel locale, non tornò più.
Perchè?

Perchè lei quell’estate aveva “già qualcuno in testa”, un gran figone col cervello di una pulce che le piaceva da tempo e che finalmente dava segnali di interesse.
Chiariamo, anche il buon JeanPaul era fico. Se il cervello di pulce era un nove, JP era un buon otto. Plus cervello. Plus simpatia.
Ma lei voleva avere, non so come dire, “il film”. Stava arrivando una cosa a lungo desiderata e non voleva rischiare di perderla di vista per “il primo che passa”.

Ebbe quello che voleva ed io la rividi due anni dopo. Con la Pulce era finita abbastanza presto ed ingloriosamente, senza neanche spargimenti di lacrime.
E lei due anni dopo pensava ancora a JeanPaul. Ogni tanto. Lo cercava ancora con gli occhi, ogni tanto. In estate andammo di nuovo in quel locale, c’erano i suoi amici, lui non tornò in Italia.
Prima della stagione delle pugnalate, una delle ultime cose che ricordo è lei che mi confessa che anche quando stava con la Pulce evitava quel locale. “Perchè Jean Paul… era un casino. Mi piaceva davvero troppo. Mai avuta tanta chimica con qualcuno“.

Alla lunga serie delle cose che non capisco (e che il mio inconscio cerca di spiegarmi, evidentemente) io aggiungo questa: perchè fuggire da quello che si vuole (chiaramente, quando è perfettamente lecito), per prendere quello che si “dovrebbe volere”, e poi angustiarsi per la scelta?
Io non sempre ho avuto seconde possibilità, nella vita e negli affetti, come tutti credo. La possibilità di tornare indietro, di rimettere le cose a posto, di rifare una scelta, di spiegare, di capirsi, di essere capita.
Non sempre ho dato una seconda possibilità.
Però vivaddio, giuro che se c’è una cosa che ho imparato è a non rinunciare a priori.

Cosa c’è di più bello di qualcuno che hai ferito, e che ti permette di chiedere scusa?

[la mia ex-amica è ufficialmente fidanzata, oggi, con un tizio che è il sosia di lele mora. Cara mia, secondo me tu a Jean Paul ci pensi ancora!]