Lo specchio

Nel cuore della mia città, proprio lungo la strada che porta al centro pieno, al centro fontane-piazzette-ciotoli di questa città che da più di trentanni è casa mia, c’è un negozio con un lungo, grande specchio in vetrina.
Hanno trasformato cinema in discoteca ed in spaccio benetton. Bar storici in negozi di abbigliamento “vip”. Pizzicagnoli in sushi bar. La città cambia e ricambia, apre e chiude, mette tristezza o allegria e ti fa anche un poco girare la testa, ma quello specchio lì resiste, fedele nei decenni, da quando la ragazzina che ero ha avuto la prima volta il permesso di uscire il sabato pomeriggio a “fare le vasche” con le amiche.

Di lui ho già parlato, anni fa credo.

Giovanissimi, io totalmente ingenua, innocente, con la testa piena d’aria.
Lui, un crotalo.

Col senno di poi, una storia da manuale: parte per spezzarle il cuore come passatempo in un pomeriggio particolarmente noioso, si trova incuriosito dall’assenza di lacrime quando assesta l’abituale “colpo finale” (darle appuntamento e presentarsi avvinghiato ad un’altra). La curiosità porta a desiderio di conoscenza che porta a desiderio di affermazione che porta al prefiggersi l’obiettivo – visto, rivisto, stravisto, dalla notte dei tempi – di essere “il primo”. Ma l’età è giovanissima davvero e le ginocchia saldamente ancorate l’una all’altra, e dentro il tira e molla del corteggiamento l’uno perde parte del veleno, l’altra lo acquista. Perché sì, non piange. In pubblico. Mai. Ma se lui avesse idea delle notti!
E uno si addolcisce e l’altra impara le regole dell’ingaggio, verbale e non solo.
Finchè un giorno di vasca in vasca nel tardo pomeriggio di un sabato – quei pomeriggi che alle cinque è già buio – lui, quello che mai una buona parola, camminando la trascina davanti al lungo, grande specchio piazzato ad arte in una vetrina e la abbraccia, guardandola dal riflesso: “Guardaci, siamo bellissimi.”

Non ricordo d’aver risposto nulla.

Da due mesi soffro di insonnia. Dormo presto, poi alle cinque del mattino mi sveglio come fosse mezzogiorno. Senza festivi, senza domenica. Un grillo. Così uno di questi sabati sguscio fuori dal letto che sta appena albeggiando, attenta a non svegliare il Tecnologico, gli lascio un bigliettino in studio e vado fare due passi in città. Ho voglia di quel caffè denso in pasticceria che ci metti mezz’ora a sceglierti una brioche. Ho voglia di vedere il mercato della frutta, di camminare dritta nella pancia di una città che si sta appena svegliando. Di parlare coi vecchietti che comprano il giornale.

Trovo decine di parcheggi dove di solito neanche in doppia fila col rosario in mano. Cammino senza fretta in direzione santo caffè.
E così lo incrocio. No, non l’ex crotalo: lo specchio. Rimasto lì in vetrina come ultimo baluardo dei miei 15 anni e della città che c’era intorno. La strada è deserta, e allora mi ci metto davanti, come venti anni fa, e per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, mi riconosco nella persona riflessa. Ed è così, che mi metto una mano sulla pancia – che ancora non ti si vede – e ti dico: “Guardaci, siamo bellissime.”

Tu, ancora, non puoi risponder nulla.

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basta bugie

Potrei, anzi vorrei, anzi DOVREI, aprire la rubrica “Gente di Facebook”.

Ho questa amica di vecchia data. Saranno tipo dieci anni che non la vedo. E’ una buona persona, il problema è che è una bugiarda patologica, una bugiarda IMPRESSIONANTE, una persona che se a pranzo mangia un panino con la porchetta, a precisa domanda giurerà di aver divorato una bistecca con insalata. Non è capace di dire la verità su nulla, in nessun caso, nemmeno in risposta alla più innocente delle domande.

E in più, fossero cazzatine.

Diciamo che Casperina è una ragazza carina, avrebbe potuto serenamente fare la fotomodella: e invece no, lei ti racconta che ha fatto un film con Brad Pitt.
Era la protagonista.
Però nelle scene in cui la si doveva vedere di faccia, hanno preso Angelina Jolie come controfigura, perchè GUARDA PAZZESCO MA MENTRE GIRAVAMO IL FILM HO ASSISTITO AD UN DELITTO DI MAFIA ED OVVIAMENTE CAPISCI, HANNO DOVUTO PROTEGGERMI.
Poi Angelina, gelosa della passione che stava nascendo tra Casperina e Brad, ha preteso che il nome di lei venisse tolto dal cast.
Chissenefrega, no? Intanto in tutte le scene in cui non vedi un primo piano di Angelina, è lei.
Non te ne sei accorta?

Questa storia dell’assurdo va avanti da anni, esattamente in questi termini, con queste panzane stratosferiche difese a spada tratta nonostante sia evidente la possibilità di smascherarla pubblicamente in 4 secondi netti.
La candidatura all’Oscar, però lei ha declinato allora hanno candidato non ricordo chi.
Gli anni a Hollywood, che bello vivere negli States, però non ha il passaporto, non parla inglese e cazzarola mi viene sempre taggata in giro a Ceriano Laghetto (Che poi non potete capire il trauma di quando mi hanno detto che a Ceriano Laghetto non c’è il laghetto. Ma vabbè.)
L’amicizia con Madonna, Elton John, il caro zio De Niro. La sceneggiatura originale di The Artist è sua. Ha fatto i soldi vendendo l’idea. Però non figura nei credits perchè aveva una clausola di non concorrenza con non ricordo chi e quindi ciccia, non ha potuto firmare niente.

E uno dice “scusa, ma perchè le date corda?”
Perchè noi si pensava che crescesse. Perchè una persona che vive mentendo in questo modo è una persona che sta male. Perchè fin da ragazzini avevamo ben chiaro che se chiami il bluff brutalmente, mettendola alle strette, semplicemente lei ti odierà a vita, si sposterà di due metri e continuerà esattamente come prima, con altre persone.
Solo che adesso gli anni sono 35, ed io mi scanso. Sono secoli che ogni volta che mi manda un messaggio, una mail, un piccione viaggiatore, io clicco su “ignora” o rispondo qualcosa di veloce e frettoloso.

Non fosse che stasera avevo tempo. Idiota, idiota, idiota.

Mi piglia su Skype.
Solita pappardella su sono appena tornata da Hollywood, solito film con Tom Cruise (o era Matt Damon? Mah) che però in italia non uscirà perchè Scientology (o gli Hare Krishna?) s’è messa di traverso, soliti premi come miglior attrice del globo terracqueo ritirati in bunker che manco i maxi processi di mafia, a causa del global warming del KGB e di Carletto Principe dei Mostri, mille milioni al giorno, soldi a palate, mi compro un palazzo a Parigi verrai a trovarmi?

Eccome no.

E poi… tieniti forte ho una grande novità.

Oddio.

Ho preso un cucciolo!

Oddio, adesso mi dice che era in Siberia per entrare nel personaggio di Nikita Reloaded ed ha trovato un piccolo Mammut appena scongelato.

Ho preso un cagnolino! – ridacchia.

Un cagnolino? (quanta normalità!) Che bello! Quando?

“L’altro giorno”, mi trilla lei di risposta. “E’ UN LEVRIERO, COME HO SEMPRE VOLUTO. GUARDA TI MANDO LA FOTO!”

Mi manda la foto.

La foto di un dolcissimo, adorabile, delizioso botolo di provenienza assolutamente indecifrabile, a macchie bianco rosse, più largo che alto.
Sullo sfondo, una mamma cane botola anch’essa e i fratelli botolini di diciotto colori diversi.

E mentre ringrazio il Signore e tutti i Santi di non aver accettato una VIDEOCHIAMATA, che almeno non mi si vede la faccia mentre cola dal teschio, lei chiosa soddisfatta:
“Sai, costa un sacco di soldi… ha un gran pedigree!”.

Non c’è una cura, vero?
Mi toccherà spararle.

un san remo di 15 anni fa e l’amore faticoso

Io non ho mai, mai in vita mia da che possa ricordare, guardato San Remo. Mi annoia troppo, non riesco a vederlo. Alla prima sbadiglio. Alla seconda canzone inizio a provare fastidio. Alla terza canzone mi agito in poltrona come un cane con le pulci. Alla quinta… boh non lo so, non c’è mai stata una quinta canzone di San Remo che io abbia visto in diretta.
Solo una volta, ricordo di aver guardato una finale, avevano vinto gli Aereoplani qualcosa, gli Italiani qualcos’altro, può essere? Comunque era tardi, non ero a casa mia, ma sul divano di un mio ex e lui si era addormentato con la testa sulle mie gambe e non volevo svegliarlo. Al telecomando non arrivavo e sono rimasta così, immobilizzata nel tentativo di “tesorizzare il momento”, chè lo sentivo il tempo agli sgoccioli ed in effetti quella fu l’ultima sera insieme, e punita in questo mio indulgere, in questa mia insistenza, con un’intera serata di brutture da squadrare con occhio vitreo.

Quella storia fu bellissima e molto, molto infelice. Molto infelice, forse la più infelice di tutte, perchè era quella che andò velocemente in pezzi – per non dire in merda, ma via, dai perchè non dirlo? – nonostante il potenziale non facesse presagire un destino da sacchetto dell’umido.
Col mio triste fardello di rifiuti da compostare iniziai la famosa relazione opposta: dicesi relazione opposta quella che inizia solo perchè incontri L’OPPOSTO di quello con cui stavi prima. Potenziale della relazione: nullo. Sentimento: acqua di fonte con alcuni picchi tendenti al vagamente tiepido. Serenità relazionale: tantissima. Termine della storia: abbastanza rapido, sicuramente civile, sfociato in tranquilla amicizia decennale.

E quindi?
E quindi grande amore tormentato no, grande nulla serenissimo neanche, gira che ti rigira incontro quello che poi è diventato il MetempEx: ka-boom.
Ora, non è che non ci fossero i sentimenti giusti o che ci fossero problemi oggettivi ESTERNI. Alle volte stai con qualcuno con cui semplicemente stai di merda. Puoi anche essere innamoratissimo, ma tu dici A e l’altro dice B, a te piace il caffè l’altro beve solo the, a te piace ballare all’altro avvitarsi col culo al divano ed ammuffire, tu pensi che gli gnocchi siano cibo degli dei e la tua metà se vede delle patate urla di sofferenza: applica questo schema ad ogni possibile argomento e gesto quotidiano e cosa ottieni?
Due che si lasciano dopo mezzora.

INVECE NO!
INVECE, DANNAZIONE, NO.

Perchè mentre tu rantoli e sudi ad ogni minimo gradino della relazione, ad ogni parola che trattieni ad ogni problema che si crea dal niente e pensi “oh, vabbè ma chi me lo fa fare? Sì ci amiamo ma cristo è un’agonia, basta dai” arrivano LORO, i tuoi amici, o zii, o nonni, o genitori, o guru delle rubriche “Lettere dei Lettori”, LORO, I FOTTUTISSIMI TEORICI DE “L’amore vero è SUDORE E SACRIFICIO”.
Che uno dice ma allora coltivare un campo di barbabietole che cos’è?
Bazzecole, ti rispondono loro.
L’amore vero è faticoso, blablabla. E’ tirare la carretta cambiare adattarsi lottare combattere soffrire piangere discutere e dopo la piacevole discesa primaverile della fase “innamoramento” c’è l’ardua salita del quotidiano, che tu piccola donna inerme, non potendo doparti come un ciclista qualunque, affronterai armata di volontà, volontà, tutta la tua volontà.

Oh, io ci ho creduto. Te lo dicono tutti o quasi. A me lo hanno detto tutti, o quasi: l’amore è questa cosa qui, che è difficile, che ha angoli acuminatissimi dove tu hai punti deboli, questa cosa qui piena di rospi da ingoiare col sorriso, questa cosa cui per cui ti devi limitare, è normale limitarsi, per cui ti devi trattenere, è normale trattenersi, per cui devi studiare compromessi ed adattarti adattarti adattarti e smettere di chiederti se sei felice perchè certo che sei felice, HAI L’AMORE.
Anche se l’amore è un grosso gatto nero appeso al cuore, ti fa male dappertutto e dopo un poco non sai più chi sei. Ed hai dimenticato chi eri.

Poi un giorno mi sono svegliata e mi sono permessa di chiedermi se ero felice.
E la risposta è stata “no, sono triste come una merda. e stanca. e spaventata.”
MA HAI L’AMORE HAI L’AMORE HAI L’AMORE CHE E’ FATICA E CHE E’ SACRIFICIO.
No cazzo ho solo la fatica e il sacrificio.
MA LA FATICA E IL SACRIFICIO SONO AMORE, SONO AMORE, SONO AMORE.
No cazzo l’amore è amore.
MA LA FATICA E IL COMPROMESSO E LA BELLEZZA DELL’ADATTAR…

MA VAFFANCULO, NO.

Da allora sono cambiate tante cose. Ho una storia d’amore. Dura da anni, come quella prima, e vive di quotidiano, molto più di quella prima.
E sono felice e sono me stessa e rido tantissimo.
E in mezzo c’è stata la crisi economica, e angoscia, e paura, e malattie brutte e bruttissime, torna in italia c’è mamma in ospedale, e forse la ditta non sopravvive, e il rogito il giorno stesso di una diagnosi di tumore ad uno dei nostri genitori, e trasloca, e il gatto ammalato, e due stipendi per pagare il veterinario, e inteventi riusciti, e sollievo, e altra paura, e ingrassare, e la dieta, e gli amici che rimangono in altra città, e gli amici che vanno a vivere dall’altra parte del mondo, e la cena di ogni giorno, ogni giorno, e le notti di ogni giorno, ogni notte, che forse a pensarci bene è la prova più dura.
Rido tantissimo ed ogni tanto in questi sei anni ho pianto.
Ed ho fatto una fatica boia e sono tornata a casa furibonda e ho cucinato senza averne voglia e mi sono alzata avendo ancora sonno e tante volte ho detto “lascia stare, faccio io”.
Ma tante altre volte è stato detto a me.

L’amore non è fatica, non è sacrificio, non è trattenersi adattarsi e non è SOLO E SEMPRE compromesso. L’amore è leggero, è bello, è facile come l’acqua, è quella cosa che ti sgrava dal carico immane del campare da persona normale. L’amore è quella persona che la sera, a casa, anche se è in tuta e di cattivo umore e vuole mangiare qualcosa che a te non piace, te la guardi di sottecchi e la giornata fa meno schifo di prima.
Vivere è faticoso è compromesso è sacrificio e richiede nervi saldi. L’amore è quello che ti aiuta a guardare la vita con fiducia ugualmente. Non ti serve VOLONTA’ per amare. Se ti serve, è la differenza tra la modella da copertina e la quarantenne che vive di jogurt per rimanere magra: una brutta copia.

Per cui smettete di calunniare l’amore, voi teorici de “l’amore vero fa male al culo ed anche al cuore”.
Uscite dalle vostre migliaia di storie stanche e svuotate ed insensate, oppure restateci dentro, ma smettere di consigliare agli altri che rimanere infelici e miserabili sia l’unica strada al mondo per tenersi stretta una relazione.

Smettete di calunniare l’amore perchè non è vero che se fa bene deve per forza avere un sapore schifoso: l’amore vero è amore, non ha una prescrizione non ha controindicazioni e soprattutto non è una medicina.
Smettete di calunniare l’amore, perchè altrimenti, cazzo, vi vengo a prendere.