“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.

 

Annunci

considerazioni a margine

Da ragazzina, fino alla maggiore età, ho avuto un orario di rientro serale compreso tra le 22.30 e mezzanotte, con rarissime eccezioni per particolari eventi, da “concordare prima”. La questione orario non m’è mai pesata, i miei amichetti avevano tutti lo stesso coprifuoco, mezzora più mezzora meno, di conseguenza i miei non hanno mai saputo cosa volesse dire “litigare per il rientro” fino all’adolescenza di mia sorella. Per loro fortuna, all’adolescenza di mia sorella io avevo la patente, una panda 750 e degli amici compiacenti, per cui mentre i genitori ronfavano, noi si andava a recuperare “la piccola” in giro per la città, si sfiorava puntualmente la rissa con qualche ragazzino eccessivamente propositivo, la si riportava a casa e si tornava a far baldoria.
Prima dell’avvento della panda 750, c’erano per rientrare tre mezzi: il passaggio in motorino, che io odiavo perché sono sempre stata fifona, e che odiavano anche i miei amici perché rispetto al centro città io abitavo in culo alla miseria. Il recupero genitoriale, che odiava – giustamente – il mio secondo papà e secondo marito di mamma, perché tirarsi su dal divano alle 23.00 del sabato..UH CHE PALLE. L’autobus numero 4. L’autobus numero quattro aveva una unica corsa serale, ore 23.40, se perdevi quella eri fatto. Approdavo ad un chilometro buono da casa e me la facevo a piedi.
Ho avuto solo due “incidenti”, prendendo da sola un autobus di sera tardi per tornare a casa. Una sera, mentre aspettavo il caro autobus numero 4, un ragazzo con disturbi mentali ha cercato di aggredirmi, ma è passato un conoscente in vespa e mi ha prontamente portata via. Un’altra sera, mentre tornavo a casa a piedi dalla fermata, un tizio – io suppongo per scommessa – mi ha tirato una gran pacca sul sedere; io mi sono girata urlando e quello che ho visto era un giovane completamente NUDO che scappava correndo nella direzione opposta alla mia.
Basaglia, li mortacci tua, due su due!

Dai 25 anni ad oggi, dotata di automobile con più di 3 cilindri (sì, ingegneri, la panda ne ha quattro, alla mia si bruciava una candela a settimana ed andava a tre), spray al peperoncino, maggiore consapevolezza, posso vantare:

– numero 3 tentativi di borseggio, compreso il classico da motorino che solo per culo s’è rotta la cinghia della borsa, altrimenti solo Dio sa il male che mi sarei fatta.

– numero 2 marocchini ubriachi che, di sera, hanno tentato la classica mossa di infilarsi a forza bloccando la portiera mentre salivo in macchina, dopo avermi seguita (SECONDO LORO!) senza farsi notare.

– numero TENDENTE ad INFINITO di molestie, insulti, pedinamenti, male parole, minacce più o meno velate, richieste di quattrini, da parte di magrebini, zingari, est europei ubriachi marci, appena dopo il tramonto in pieno centro storico, che se sei femmina – qualunque sia la tua età ed il tuo abbigliamento – è cosa buona e giusta venirti a rompere il cazzo perché sì. Magari in sei contro una. Magari anche in sei contro due, se sei col fidanzato, cosa che per loro è assolutamente irrilevante.

– numero 1 scassinamento porta passeggero della povera Yaris.

Questo fa sì che le stesse vie che anni fa mi sembravano ragionevolmente sicure, siano diventate percorse oggi, alle stesse ore, fonte di paura ed ansia, e che non ci sia un genitore sano di mente che lasci tornare la figlia ragazzina in autobus dopo le 22.00, e che io non lasci mia madre andar in giro da sola perché una distinta signora minuta è una preda ghiottissima.

Questo fa sì che oggi che c’è il ballottaggio per il sindaco, e quello che viene dalle giunte precedenti (COSA AVETE FATTO A QUESTA CITTA’?) si permetta di accusare il candidato rivale (purtroppo niente per cui valga la pena votare) di “saper parlare solo della sicurezza”, a me venga l’orticaria.
Parla solo di sicurezza? Hai fatto due passi di sera? Ah certo ma tu… sei un uomo. Manda tua moglie a far due passi di sera, poi me la racconti tu, la sicurezza. Coyote.

Sempre da ragazzina, ma anche da ragazza suvvia, quando andavo a cena con Lord, Shine, il Rosso, Bao ed Happy, prendevamo un tavolo da sei. Ieri siamo andati a cena tutti insieme ed il tavolo era da 14. QUATTORDICI! E uno solo era “posto seggiolone”. Se per sbaglio andiamo in vacanza insieme di nuovo ci tocca prenotare un albergo intero.

Ancora da ragazzina, mi facevo i film in testa di cosa avrei chiesto, potendo, alla me quarantenne. In realtà era tutto un girare intorno alla conclusione di alcuni amori non corrisposti, con la segreta speranza di ritrovarmici sposata e con prole, a 40 anni.
Oggi, giorno della prova costume dell’anno domini 2014 dopo Cristo, so che in realtà la me 16enne, trovandosi di fronte la me odierna, prima di poter fare qualunque domanda (le risposte sarebbero comunque sì, sì, no, e NO GRAZIE AL SIGNORE BENEVOLENTE!), mi direbbe indignata:
“MA TU… HAI LA CELLULITE!”

E so anche che si sentirebbe rispondere un cosa tipo: “E quindi?”.

Quante cose cambiano prospettiva negli anni, eh?

nancy era senza compagnia

Un paio di anni fa una cara amica del Tecnologico, la mia preferita tra le sue amicizie, venne a pranzo da noi col fidanzato dell’epoca, la cui caratteristica saliente era, nel nostro mondo di atei, agnostici, vagamente credenti quando non prepotenti bestemmiatori, l’essere un vero cristiano cattolico credente e praticante. Dalla verginità pre matrimoniale in avanti. Io mi immaginavo una specie di frate francescano giudicante, e fui molto sollevata dal trovarmi davanti un ragazzo carino, vestito in modo normalissimo, simpatico e spigliato, colto.
Finché durante il pranzo, complice un attentato del terribile gatto Esse alla di lui giacca nuova, minacciando scherzosamente il micio costui disse che giusto giusto ad un bambino avrebbe lasciato rovinare la giacca senza battere ciglio, in quanto i bambini sono per definizione innocenti.
Al che mi trovai a rispondere che dipende dall’età del bambino. Un bambino di due anni sicuramente se ti danneggia una giacca lo fa in completa inconsapevolezza. Un bambino di sei anni a cui hai detto che la giacca non va, per esempio, tagliata con una forbice, se lo fa è consapevole di fare una cosa sbagliata, ergo è meno innocente di un animale che non ha la più pallida idea che ti sta creando un danno.
“Il gatto non ha proprio il concetto di bene e male”, mi rispose lui.
“Il gatto il concetto di bene e male ce l’ha eccome. Il gatto gioca con te senza usare unghie proprio perché SA di poterti fare male e sceglie di non farlo. E’ che il concetto di giacca costosa, se permetti, al gatto sfugge un poco”, gli dissi io.
E qui la sua chiosa:
“Eh, ma i gatti non hanno l’anima.”

No, l’uomo è vivo è vegeto che io sappia, e nessun danno fu arrecato né a lui né alla sua giacca di merda da me o dal gatto Esse o dal Tecnologico, anche se giuro che avremmo tanto voluto tutti e tre.

Sono varie settimane che latito. Sono varie settimane che l’unico post che ho nelle bozze, e che apro e richiudo e riapro sperando in tempi migliori, si intitola “Fear of the dark”. Sono varie settimane che il continuo stillicidio di brutte notizie mi provoca una sindrome da accerchiamento, che evito di scrivere perché scrivere è rendere reale, e va da sé che rendere reale la merda non è il sogno od il senso né mio né del mio blog.
Tante, davvero tante, davvero troppe, delle persone che conosco, hanno il cancro. O lo hanno avuto. Lo stanno combattendo. Oppure ha vinto lui.

La settimana scorsa s’è portato via un amico. Un caro amico. Un vecchio amico. Un vecchio amico con una vita avventurosa, con il sorriso pronto, con il carattere difficile, una moglie splendida, una figlia altrettanto ed un bambino ancora piccolo. Questo amico, dopo mille mestieri e mille passioni, aveva scoperto la propria vera grande dote: il cuoco. Era eccellente, ed eccellenti erano i risultati.

Stamattina non il cancro, ma un automobile, s’è portata via quello scorbutico irresistibile di C., il gatto dei miei: grosso, metereopatico, infido e goloso come solo i gatti sanno essere. Il più vorace essere vivente che abbia mai visto.

Insomma io non ci credo, che chi ha sentimenti, sogna ed ha pensiero, possa non avere un’anima. Non ci credo, non avrebbe alcun senso, non che io abbia molti motivi per preoccuparmi di chi va o non va in paradiso, sia chiaro, dubito di avere un passaporto in regola, ma non ci credo comunque.

Vorrei pensare che il mio amico cuoco abbia beccato C. appena arrivato. Un genio della cucina ed un genio della mangiata. Due brutti caratteri insieme. Vorrei pensare che C. abbia capito subito da che lato entrare, giusto seguendo il profumo.
E non mi frega niente se i gatti non dovrebbero mangiare piccadillo. O non dovrebbero bere moijto. O non dovrebbero andare in paradiso.
Neanche i padri di ragazzini di sei anni dovrebbero andarci, in paradiso.
Non dovrebbero lasciarci proprio.

Sbilanciarsi verso l’alto.

Questo è stato un anno duro. Stancante, a volte deprimente, a volte semplicemente spaventoso, con momenti in cui l’unica cosa sensata da fare sembrava chiudersi a uovo e cercare non dico di parare i colpi, ma almeno di minimizzare il danno.
Questo è stato un anno zeppo di cattive notizie, di malattie a persone care vicine e lontane, di ospedali, di ansia che diventa angoscia che diventa insonnia che diventa paura di alzarsi, di rispondere al telefono, di sentirne un’altra ancora.
L’ennesimo anno di crisi, di timore per il futuro, di guardare gli occhi stravolti di mia madre e chiedersi per quanto ancora possiamo andare avanti così.
Ma è stato anche un anno di persone scoperte per caso, di amicizie sbocciate, e soprattutto di nascite. La prevalenza della vita, la dichiarazione di guerra alla morte che è una nuova vita, un bambino che nasce, un genitore sconvolto dal sentimento che prova.

Non voglio fare bilanci. Non sul blog. Me li faccio ogni notte, mi ci addormento coi bilanci, coi pro e contro, coi punti interrogativi perenni. I bilanci della mezzanotte, i bilanci dello “spegni la luce?”, i bilanci perennemente col segno meno, quel conto in rosso che ti presenta la vita quando ti sembra di non aver mai mantenuto le promesse, quando tutto sommato sei ancora quella che “potrebbe far molto di più, Signora mia, se s’applicasse”.

Anche un anno duro ha momenti dolci dentro. I miei preferiti:

1. La nascita del bambino della svolta, ovvero il figlio della mia migliore amica. Lei, la conosco come conosco me stessa. Ho condiviso un’esistenza intera con lei, dalla passione per i MioMiniPony a quella per il Mojito, dal primo amore all’ultimo, dai momenti peggiori a quell’ecografia che m’ha parato davanti su Skype. Quel bambino e soprattutto la meravigliosa trasformazione della mia amica in una mamma fantastica per la prima volta mi hanno fatto capire che nonostante il caos, io potrei anche farcela.

2. Mille sfumature di Tecnologico. L’uomo che mi trasforma. Quello che in sette anni avrò dovuto difendermi due volte, io che alla minima crepa mi trasformo in Franco Baresi. Quello che se anche solo mi incazzo un minimo, mi smonta imitando animali. Vi sfido, io vi sfido, a restare incazzati con qualcuno che vi spinge con la pancia fingendo di essere un ippopotamo. O che rinuncia a molto per sè, perchè voi possiate avere “un buon caffè al compleanno”. O che quando ride sembra un castoro. Ed è mio. MIO.

3. La casa con la stanza in più. Ovvero la casa in cui finalmente puoi dire “Fermatevi a dormire”. La bellezza incredibile di avere intorno degli amici in pigiama, di mattina. Dirsi “cosa facciamo a pranzo”. Ciondolare. L’assenza di dovere, di scarpe, di maschere, di appuntamenti.

4. La crisi isterica totale che uno dei miei clienti più importanti ha fatto quando ha capito che il suo titolare stava ridiscutendo il nostro contratto. Mi ha chiesto cosa volesse dire “con servizio” o “senza”. Quando ha scoperto che “il servizio” ero io, e senza voleva dire che la mia parte se la cuccava qualcun altro, è impazzito. Ha cominciato a dire “Assolutamente no, non è possibile, per noi il vostro servizio è irrinunciabile, no, non esiste!”: il giorno dopo avevo sulla scrivania un contratto aggiornato. Seguendolo io, solo io, esclusivamente io, insieme all’altra manica di surreali che mi rendono la vita uno Zelig, è stato il miglior attestato di stima del mondo.

5. Gatti e cani che vincono il Superenalotto (ed umani con loro). Il gatto dei miei, infido bestione selvatico che diventa di burro di fronte a mia madre. Arrivato adulto, che miagolava per strada ed ha incocciato mia sorella. Arrivato con la fiv, anni fa, e curato con attenzione certosina per ogni graffio, ogni morso, ogni unghiata (è un lottatore dal brutto carattere). Il cane dei suoceri, la consueta storia di stalli al sud e di volontari che cercano una casa affidabile. Ora è lì, sul lettone accanto alla suocera, che ciuccia telecomandi e chiede bocconcini e fa le feste anche ai fili d’erba. Il nostro gatto S., che il superenalotto l’ho vinto io quando l’ho “ereditato”. Che è sempre più matto, che odia il veterinario ed ama i fonzies, che parla, che attacca il Maine Coon e puntualmente le piglia di santa ragione, e ci gode pure.

6. Max. Lucy. La Disfunzia, ma non è una novità. Sandra. Spicy, Il Signor Moka. Ally. Verdiana. Ed ultimo solo in ordine di tempo, Swann. Volevo dirvi (Michèle non storcere il naso) che ho una voglia matta di abbracciarvi di persona. E che se un’incostante cronica come me riesce ad avere un blog da anni, è solo perché è un tramite per voi e persone come voi.

7. A proposito di incostanza, la mia prima vittoria, ovvero la palestra. Sono 4 mesi che mi riesce di catapultarmi fuori dal letto alle 06.30 almeno 3 mattine a settimana.
Chi l’avrebbe mai detto? Un filo di forza di volontà ce l’ho anche io!

8. Uno dei miei amici più cari che spamma il post sull’ignoranza senza avere idea che verbasequentur fossi io. La reazione quando gliel’ho detto. I complimenti presi dagli amici così, in incognito. Ragazzi quanto ho riso. Egoboost. Tanto alle palate di merda c’ero già abituata.

9. La riflessione che è derivata da uno dei commenti al famoso post. Un tizio mi ha scritto una cosa tipo “Ambè hai 40 anni [NO, non ce li ho quarantanni, ndr] e scrivi come una ventenne!”. Lui lo considerava un insulto. Io ci ho pensato un poco. Ci sono abituata, a sentirmi dire “Oh dimostri dieci anni di meno”, però si capisce che detto in quel modo è un’altra cosa. Allora sono andata dal Tecnologico e gli ho chiesto a bruciapelo una cosa come “Oh amore ma secondo te io sono una rincoglionita?”.
“Stai con me”, ha risposto lui.
“Allora sono proprio una rincoglionita”.

10. Ciao. Sono una rincoglionita. E quindi? Sucare fortissimo. So long, 2013.

Passata è la tempesta (cit.)

L’avevo già detto, in tempi non sospetti. Io sono una persona media. Mediocre, nel senso autentico del termine.
Cosa capita a questa persona media con la sua vita media e soprattutto il suo blog MEDIO, col suo traffico di venti cristi al giorno, un picco di 200 se proprio proprio, il suo “parco blogger” con cui chiaccherare la sera, quando plana totalmente inconsapevole nel meccanismo di un post che diventa virale sui social network?

L’ANSIA.
Un’ansia della madonna.

Che poi manco mi sono resa conto.
Martedì guardo le statistiche (adoro le chiavi di ricerca) e dico al Tecnologico:
“Toh sono spariti gli accessi”.
“Come spariti?”, mi risponde lui.
“Ah, boh, di solito c’è un grafico, adesso vedo solo oggi, i giorni precedenti sono tutti a zero”.

Poi controllo.
Non sono a zero i giorni precedenti.
E’ a duemila e qualcosa il giorno stesso.

“Ma… ma segna un numero spropositato!”, protesto col fidanzato.
E lui, che è il Tecnologico mica per niente:
“Ti avranno condivisa su facebook”.

Ora, io le avevo levate apposta, le opzioni per la condivisione sui social. Penso ad una qualche anomalia di wordpress e me ne vado a letto bella paciarotta.
La mattina dopo, ore 8.00, ho la casella mail con 300 messaggi non letti.
Apro il blog e c’è il finimondo. Una notifica ogni 30 secondi. Una fiumana di persone. Commenti, like, mica like, follow, più WordPress stesso che ogni dieci minuti mi dice:
“Ehy brava hai superato il tuo record di visite!”, “Guarda che è un gran giorno per i like”, “A tizio piace il tuo blog, magari anche a te piacerà il suo!”.
Il Tecnologico ridacchia, poi guarda anche lui il blog con la sua cartellina arancione che lampeggia festosa, e dichiara “Ti stacco la rete”.

Vado a lavorare. Arrivo in ufficio. La casella mail ha dei numeri di non letto improponibili. 600. 650. 700. Mi chiama il Tecnologico: “Guarda che sei sulla pagina di PalleQuadre”. E ride.

Per una come me, finire sulla pagina di PalleQuadre è come se avessi, che ne so, l’hobby del rammendare calzini, ed un giorno uno ti chiama e ti dice “Ciao, c’è una foto dei tuoi calzini rammendati in home page di Vogue”.
Ma che davvero?

La casella mail non la guardo più perchè mi viene l’ansia.
I commenti non riesco manco a leggerli, e mi viene l’ansia.
Apro facebook. I miei gruppi stanno condividendo lo stesso post.
Peggio: i miei AMICI stanno condividendo lo stesso post, senza sapere che l’ho scritto io, piccolo particolare irrilevante.
Sì, perchè fino all’altro ieri lo sapevano in due, che scrivo un blog, Sua Tecnologia e mio fratello.

Voglio del lexotan. Devo lavorare. Chiudo. Riapro.
Guardo gli accessi. 50.000. Un quarto degli abitanti della mia città.
Voglio anche dello Xanax.
Mio fratello, pure lui, mi manda un messaggio: “Perchè c’è un tuo post sulle bacheche dei miei amici?”
Ma veramente?
Intanto WordPress mi racconta “Ciao, sai cosa? Sei nei primi dieci blog”.

No. Nei primi dieci blog ci sta la gente che deve stare, nei primi dieci blog. Non quella come me, che scrive tre post al mese di cazzeggio di cui uno perennemente la domenica e mentre asciuga lo smalto di una mano ticchetta con l’altra. No.
Io non voglio intrattenere nessuno. Io blatero dei cazzi miei. Vedi, stupido WordPress? Io scrivo cazzo. Un sacco di volte. E merda. E sicuramente avrò infilato anche qualcos’altro, da qualche parte.
Stupido wordpress, ci sono i blogger veri là fuori. Mollami.
“Ciao Verba, abbiamo un nuovo record che…”
PUSSA VIA TI HO DETTO, IO NON SONO DAGOSPIA!

Arrivo a sera che sono l’immagine dell’incredulità. Non sto neanche a dire quante persone sono passate da qui, ad oggi è praticamente l’intera mia città più la prima provincia.
Fa impressione. Piagnucolo al Tecnologico “Ma adesso che ci ho i follower io posso continuare a parlare dei cazzi miei?”
Il Tecnologico risponde, testuali parole:
“Cristo. Chiudi tutto.”

Nel frattempo c’è un sacco di gente che mi scrive complimenti, un sacco di gente che argomenta assai meglio di me, un sacco di gente che mi dice “cretina” (a questo son già più abituata) ed un sacco e mezzo di gente incazzata.
Il primo giorno si incazzano per le citazioni di lauree. Mi sarò spiegata male.
Il secondo giorno qualcuno si incazza perchè non-si-dice-ignorante.
Il terzo arrivano i matti veri, e con loro dei nuovi settaggi al filtro antispam.

Adesso che la situazione sembra stabile e la piena passata, posso dire che:
E’ stato bello.
E’ stato terrificante.
Da grande è più facile che faccia l’astronauta piuttosto che la blogger.

Grazie a tutti. Grazie a chi ha scritto la sua, a chi ha scritto dei complimentoni che manco mi merito ed a chi ha scritto mavaffanculo. Grazie al matto che ha lasciato 7 messaggi di bestemmie che giacciono nella coda spam, insieme a riferimenti alla moralità mia, di mia madre, di mia nonna ed allo stato di conservazione del mio culo. Grazie al troll che s’è fatto un fake per venirsi ad aiutare dicendo di trovarsi “molto interessante”, senza sapere che nei commenti gli ip io li vedo IN CHIARO.
Grazie a chi ha spiegato al posto mio agli offesi. Grazie a chi ha argomentato, risposto, riso. Grazie a chi non ha capito come funziona un pingback.
Ma grazie soprattutto perchè in qualche migliaio mi avete cercato come verbasequentur, che adesso è la prima chiave di ricerca e sostituisce, dopo MESI, l’insopportabile “modelle puttane eroinomani” che non so come fino ad oggi ha mandato la gente da google, qua.

Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?

la bambina con la coda di paglia (un post di calcio)

E’ il 1979 e c’è una bambina di 3 anni che cambia città, da mare a campagna, cambia asilo, e scopre che il suo simbolo non è più la forbice, ed infine cambia famiglia, da mamma+papà a mamma&nonna.
Come tutte le bambine di 3 anni non capisce un accidente di cosa ci sia dietro al cambiamento, annaspa un po’.
Fa sempre finta di capire, vive col dubbio di aver mancato un passaggio fondamentale, il passaggio che avrebbe fatto restare papà, il passaggio che avrebbe fatto rimanere il mare.
E’ una bambina che vive nel torto, con una grossa coda di paglia attaccata al cuore.

Il papà arriva un sabato sì ed un sabato no. Si gioca un sacco. All’asilo la porta la nonna.
Un giorno i bambini dell’asilo le chiedono:
“Ma tu per chi tieni?”
Tieni cosa, pensa la bambina.
“Per l’Inter, per la Juventus o per il Milan?”
Che roba sarà questa, pensa la bambina.
Però una volta è stata a Milano. Con la mamma. In una casa grande come un castello, e ha giocato tutto il giorno con le statue di gnomi in giardino. Quindi Milan ha un suono bello, evocativo.
“Milan”, risponde.
Il sabato chiede al papà “Papà il Milan che cos’è?”.
Una squadra di calcio, risponde il papà.
La bambina, che oramai di anni ne ha 4, non ha idea di cosa sia una squadra di calcio, ma si guarda bene dal dirlo.
“Io tengo al Milan”, risponde.
“Io tengo al Cagliari”, le risponde il papà.
Il Cagliari??
La bambina si tiene ben stretta la sua coda di paglia e tiene la bocca chiusa.

Le domeniche di un padre separato sono giorni brevi che strappi ad una famiglia per coccolarne il pezzo “perso” per strada. Le domeniche di una bambina separata dal padre sono giorni magici in cui si gioca tantissimo, si ricevono attenzioni speciali, ci si sbucciano le ginocchia imparando ad andare in bicicletta, e quando viene sera si diventa tristi fin dentro le ossa perchè qualcuno se ne deve andare.
Questa tristezza è sempre scandita dalla voce rauca di alcuni signori che raccontano le partite alla radio. Viene sera il sole tramonta e Sandro Ciotti racconta cose: Sandro Ciotti racconta il Milan.
Quando si va al cinema, all’entrata la radio è sintonizzata su queste voci veloci che si rincorrono da un campo all’altro: all’uscita il papà cerca sempre un bar per il rito del “controlllare la schedina”. In qualche modo questa “schedina”, in realtà un pezzetto di carta a crocette, riguarda anche il Milan.

All’inizio dell’ultimo anno di asilo i bambini dichiarano che al Milan non si può tenere più, è arrivato ultimo tra tutti, è andato in serie B.
La bambina però tifa per Silvestro e per Willy il coyote. Impossibile abbandonare lo sfigato, l’ultimo, il perdente.
“Io tengo al Milan”, risponde.
“Ma non si può” dicono i bambini.
“Io tengo al Milan lo stesso”.

Passano gli anni, d’estate si va tutti insieme in vacanza, papà compra la Gazzetta dello Sport. Il poveroMilan torna in serie A e poi torna in serie B, la bambina e la sua coda di paglia imparano a leggere, ed a rubare la gazzetta dello sport prima che ci arrivino gli zii sardi, ma soprattutto il fratello maggiore, che ha dichiarato di “tenere per la Sampdoria” di fatto destabilizzando l’intera famiglia.

La coda di paglia è sempre più in forma, perchè adesso che non si gioca più col lego il papà pone sempre più spesso domande cruciali: hai fatto la brava, come vai a scuola. La bambina non è brava e abbozza. La bambina ha la coda di paglia ed una tattica difensiva sola ed unica: parla di calcio. Parla di Milan.
Poi un giorno il papà le dice “lo sai che al Milan gioca uno che è poco più grande di te. Suo papà è triestino.”
Un Triestino trapiantato? Al Milan?
Il ragazzino diventa subito il suo idolo. Il primo poster in camera.
La bambina inizia a dire che vuole vedere il Milan. Dal vivo.
Il papà prima risponde che è troppo piccola, poi negli anni devia sul “se hai tutti ‘bravissima’ a scuola”.
Vaffanculo alla coda di paglia, alle elementari non è difficile. E nemmeno alle medie.
Il papà contatta un Milan club della zona, uno di quelli pieni di gente normale, che canta canzoni, che si ferma in autogrill per grigliare salsicce a metà mattina, che parla dialetto.
La bambina sale dalle rampe che si avvitano in questo enorme castello che la gente chiama Stadio. C’è odore di cibo nell’aria, e colore, un mare di rosso e di nero, e rumore, migliaia di persone che cantano, poi finalmente arrivano in cima.
E guarda sotto.
E sotto c’è il Milan.
Neanche il tempo di mettersi seduti che qualcuno, laggiù tra gli omini minuscoli in maglia colorata, arriva da solo davanti alla porta e segna un goal: parte un urlo, un urlo infernale, un urlo che trema il seggiolino, tremano i muri, tremano le vene. San Siro urla, la coda di paglia cade, per la bambina è amore, amore vero, senza redenzione e senza ritorno.

Impara l’adorazione per il Capitano, c’è solo un Capitano. Segue con gli occhi l’amato ragazzino con la maglia numero 3 per tutta la partita, anche quando la palla è dall’altra parte del campo.
Arriva il matto con l’elicottero, si compra il Milan e dichiara che vincerà tutto. Arriva un altro matto con gli occhi spiritatissimi per allenarlo, arrivano tre olandesi per giocarci, arrivano ottime pagelle che permettono di vedere, oltre a Milan Cagliari, anche Milan Lazio, ma soprattutto Milan-Napoli.
Milan-Napoli.
Van Basten e Maradona.

La coda di paglia è accantonata. Il Milan è assurto al ruolo di Grande Amore, Primo Fidanzato, Pensiero Fisso. Altro che “parlar d’altro”.
Il Milan è romantico, nonostante il suo padrone. Il Capitano, c’è solo un Capitano, se ne va.
Quando esce dal campo lo speaker annuncia “Il Milan NON SOSTITUISCE, con la maglia numero 6, Franco Baresi”. San Siro urla di nuovo, come per un goal, ma non è un goal, è un addio, la gente si strozza di pianto. La maglia numero 6 al Milan non esiste più.
Il ragazzino adorato prende il suo posto, con la sua maglia numero 3.
Il ragazzino non è più ragazzino neanche un po’, del resto nemmeno la bambina è più una bambina. Va allo stadio anche senza il papà.
Il ragazzo con la maglia numero 3 è un capitano figlio di capitano. Un milanese figlio di un triestino.
Identificazione al 100%.

Passano veloci gli anni, le formazioni, le vittore sconfitte pareggi statistiche barcellona atene marsiglia grandi addii ed incredibili scoperte. Ci sono campioni da far sanguinare le mani, e scarponi da far sanguinare il naso. Ci sono amici con cui condividere la passione, partite da vedere in giro per l’italia e l’europa. Con treno con l’autobus con l’aereo.
La bambina è una ragazza poi una donna. Ha sempre la coda di paglia, perchè è piena di mancanze e di segreti. Parla di calcio col papà. Parla di calcio con gli amici, coi vecchietti al bar, con gli sconosciuti in treno. Vince una scommessa sulle lenti a contatto del povero Laursen, brocco colossale eppure rimpianto. Si fa venire un infarto al pallonetto di Inzaghi con l’Ajax. Prende il Tranquirit prima dei derby di coppa. Prega completamente ubriaca quando l’ucraino con gli occhioni da cerbiatto sta per tirare l’ultimo rigore. Cade in depressione dopo Istanbul.
Il Capitano con la maglia numero 3 ad Istanbul segna perfino un goal.
Inutile, doloroso.
Poi c’è il ritorno la risalita la vendetta CarloAncelottilalalalalala che già ad ottobre controlla che rimanga in gara anche il Liverpool.
C’è un ragazzino nuovo con la faccina da catechista (ed un nome equivoco) che col pallone fa delle magie assurde.
C’è Sky per vedere le partite a casa, non c’è più Sandro Ciotti buon’anima, ma la ex-bambina quando stira alla domenica si mette le cuffiette e si lascia travolgere dalle voci di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, che se chiude gli occhi è ancora in macchina di papà e va tutto bene anche se sta arrivando sera, va tutto bene anche se le cose buone finiscono presto, prima delle cattive.

Anche il Capitano con la maglia numero 3, figlio di Capitano, figlio di Triestino, un giorno lascia il Milan. Lo lascia in buone mani, nelle mani di un Capitano romagnolo che è al Milan da quando era ragazzino, che ama il Milan quanto gli altri Capitani, forse qualcosa di più perchè dove non arriva la classe è sempre arrivato il cuore.

E invece.
Sono andati via gli adorabili scarponi ed i campioni che allargavano il cuore. Sono stati mandati via il Bambino d’Oro e Capitan’Fan’Cazzo, AltaTensione ha lasciato per età raggiunta, Ringhio per nuove avventure, Trilly per rivelarsi un lecchino ingrato, Thiago per questioni di bilancio ed il Papero perchè va bene rompersi ogni due secondi, ma ciularsi la figlia del capo anche no.
Ed oggi il Milan, non più romantico, spedisce a casa senza alcuna grazia l’ultimo vero Capitano, l’ultimo che s’è fatto undicesimo posto e coppa dei campioni, calciopoli e scudetto, altare e polvere.
Così, come se 30 anni di capitani italiani innamorati fedeli e coraggiosi si potessero cancellare con una conferenza stampa di 20 secondi.
Così.
Il Principe Azzurro picchiava i gattini.
La scarpa di Cenerentola era di plexiglass.
Babbo Natale non è mai esistito.
Novantesimo Minuto e la sua sigla sono morti.
Mio padre gira l’europa in motocicletta.
Solo la coda di paglia resta al suo posto.

E io, da oggi, di cosa parlo?