Uomini e soldi

Vado al supermercato una sera, appena uscita dall’ufficio. Di fronte al supermercato c’è uno di quei negozi di scarpe a poco prezzo, enorme, con migliaia di scatole di marche mai viste, tutte rigorosamente “made in italy”. A me servono delle scarpe da “essere umano di sesso femminile non più in età da snickers all day”. Non sono disposta a pagare euri sonanti per una roba che il mio cuore mi dice essere adatta a persone molto più vecchie di quanto io – ed il cuore suddetto – sia. Comunque già che sono là mi imbatto nel reparto “Ciabatte da uomo” e mi viene in mente che il Tecnologico lamentava di essere sguarnito. Fotografo l’intera fila a gruppi di tre ciabatte a foto, spedendole al moroso con didascalia “scegline un paio”. Mi sembrano tutte uguali. Anche di prezzo.
Il moroso sceglie, io piglio le ciabatte e mi accorgo che, tra tipo 50 pantofole variamente nonnesche, ha scelto quelle – LE UNICHE – che costano come un paio di scarpe.

Ebbene questo è il mio uomo. Dal nulla, nel buio, senza sapere, senza vedere, senza volere, lui punterà il dito od allungherà la mano esattamente verso l’oggetto più caro del mazzo. Non è né noncuranza né cattiveria né egoismo, è proprio un istinto naturale, e vale per ogni cosa, dal pacco di pasta alla borsetta, dai pomodori pelati alle buste di prosciutto all’automobile al divano passando, e posso garantirlo perchè la casa ce la siamo costruita centimetro per centrimetro, per i COPRICESSO, i rubinetti, i battiscopa e finanche gli spazzettoni.

Credo che l’unica cosa della sua vita che si sia scelto non ad altissimo mantenimento sia la sottoscritta.

Quando abbiamo scelto i materiali per i bagni, la gentile signora del negozio di arredo ha assistito più e più volte alla scena di lui che zompava come un folletto sotto anfetamina gridando “lo voglio lo voglio” di fronte a rubinetti da 800 euro e water (WATER, Sant’Iddio) da 2 milardi di paperdollari, con me che lo inseguivo flagellandomi con gli estratti conto cercando di convincerlo a scegliere qualcosa – QuALUNQUE COSA, CAZZO, DAI, STIAMO PARLANDO DI UN WATER! – che costasse meno di un decimo.
La gentile signora alla fine dei sei – SEI – appuntamenti in zona arredo bagno ci ha confessato che ha visto coppie divorziare per molto meno.

Ma noi siamo così, non prendiamo macchia, come direbbe mia madre. Lui corre per le verdi praterie dello sperpero puntando oggetti che può permettersi giusto Marina Berlusconi, ed io lo consolo quando scopre che il lavandino tondo, grande, che sembra pietrone da giardino, è il modello stocazzo del design Papampimpolo in pietra originale di cimitero tibetano e costa come una bifamiliare con due bagni.
Perchè il Tecnologico non è mica scemo, eh. Lo sa che non teniamo una lira. Solo che… c’ha il talento. Quello di scegliere dal nulla la ciabatta da venti euro nel mucchio di ciabatte da cinque.

Del resto, l’Uomo-Expensive è fatto così. E’ autonomo, provvede assolutamente di persona ai propri acquisti, ha buon occhio pure per i tuoi, ha gusto nel farti un regalo, puoi mandarlo a fare la spesa (anzi ci va sua sponte) da solo sapendo che tornerà con tutto quello che serve:
TOP TOP TOP GAMMA.

Per contro ogni giorno parlo con la mia segretaria che c’ha il marito della categoria spilorcio-mammone. Lo spilorcio mammone è quello che non ha idea di cosa costi nulla, perchè gli ha sempre comprato tutto mammà. E quindi è cresciuto con la ferma convinzione che alimenti, mutande e calzini, bevande e liquori, si comprassero e si incassettassero da soli, che detersivi e shampoo facessero lo stesso, e che le bollette si autosaldassero. Lo spilorcio mammone spende solo per gli hobby e solo per se stesso. Se non che quando ne sposi uno è un dramma. 50 euro di spesa sono cinquanta euro che tu, moglie, rubi dalle sue tasche per acquistare cose che nelle altre famiglie si materializzano senza bisogno di euro e fatica. Sono 50 euro rubati allo spritz. TUTTO è troppo caro, e la moglie è una dannata manibucate.
Costui al supermercato insegue la moglie SVUOTANDO il carrello mentre lei lo riempie (no, non sto scherzando): e perchè due dentifrici, e la fanta no non ci serve mica – guarda quanto costa – e il prosciutto no madonna quanto è caro – e davvero ti servono DUE tipi di detersivo? cosa vuole dire detersivo per la lana? ma davvero si lavano i maglioni? e sei matta, cos’è questo cioccolato?! Sei già ingrassata! – e via anche l’ovetto Kinder per Ciccio, che poi il dentista costa carissimo.
Il fatto è che poi (no, non sto scherzando neanche qui) a casa gli viene appetito, e si lamenta che non c’è prosciutto. O grissini. E perchè non c’è una bibita gassata in tutta casa?
Va da sè che questo tipo di uomo un regalo così, di getto, non te lo farà mai nella vita. Neanche dai cinesi di tutto-a-un-euro: lì ti compra quello di Natale.

Altra categoria è il risparmioso a tutto tondo, quello la cui parola d’ordine è NO. NO alla pizza, NO allo spritz, per scegliere un supermercato studia più di un fisico nucleare, NO ai regali di Natale, NO ai regali di compleanno, NO ai viaggi se non a scrocco, si cambiano utenze telefoniche e di luce e gas ogni due mesi a seconda dell’offerta di turno, si riclano vestiti, si rammendano i calzini. Cerca sgami per avere gli assegni familiari, per taroccare l’isee e pagare meno la scuola dei figli, si arrabbia coi bambini per quanto cazzo costano libri e vestitini. Lui comprebbe solo usato, tanto i piccoli “crescono troppo in fretta” e “i giocattoli manco li usano, io stavo al parchetto con gli amici e non avevo neanche il pallone”.
Ti porta a cena fuori. Da Mc Donalds. Tu fai per ordinare un Big Mac, lui ti ferma: PRENDI LE CROCCHETTE CHE SONO PIU’ BUONE.
Tu prendi le crocchette e lui paga col buono-crocchette di BlockBuster.
Poi però si compra la BMW coupè e ti cazzia aspramente se apri il portabagagli toccandolo al centro e non ai lati, ché “lasci le ditate” (true story).

L’ultimo è lo spilorcio-furbo. Lo spilorcio furbo lo conosciamo tutti. Se sei la sua compagna, è quello che ti ha chiesto di mettere soldi anche tu per comprare la sua moto “a metà”. E ti ha promesso di ridarteli, o di metterli in casa, o di comprarti quella cosa che tanto desideri a Natale, quando avrà messo via un poco di denaro.
Natale di dieci anni fa, ovviamente. Intanto ha cambiato la moto e ti ha chiesto di nuovo di fare a metà perchè “è un bene di famiglia e risparmio benzina”.
Lo spilorcio furbo è quello che quando ci esci, soprattutto se siete tra amici, o non ordina nulla e poi “mi da un pezzo?” “mi fai fare un sorso?” e si magna e beve tutto quello che hai ordinato (e pagato) tu, oppure ordina alla grande e quando arrivi in cassa…oh cristo ho dimenticato il portafoglio!
A me è capitato pure che un raro caso di spilorcio-furbo conoscente abbia lasciato il conto aperto al bar!
“Ti pago un caffè”
“Io avrei anche una coca ed un toast a tuo nome”
“EH?!”
“Eh mi ha detto M. di segnarli a te che eri d’accordo”
“?!?!?!?!”

Lo spilorcio furbo è quello che non compra le sigarette, e ti dice apertamente “Quelle degli altri sono più buone”, ridacchiando e sentendosi figo. E’ quello che ti chiede prestiti a botte di cinquanta euro quando conosce una donna nuova, perchè sa benissimo che per fare bella figura almeno la prima volta deve offrire lui, e poi – passata la festa – munge anche lei a colpi di scroccate e di portafogli dimenticati e di acquisti improbabili “ma l’ho preso per te!” (COSA hai preso per ME, mentecatto, le casse per il computer?? Un casco integrale DA UOMO? Due casse di cocacola che io le bibite gassate non le bevo??).

Visto il parco spilorci, passare il resto della vita a rincorrere con una roncola il mio Tecnologico Spendaccione-Poraccio non mi sembra affatto una brutta prospettiva.

E voi, come siete messi?

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Ho pensato (digressioni di settembre)

Giovedì quando sono atterrata diluviava, sul capoluogo dell’isola.
Loro alla pioggia non sono proprio abituati, lo vedi dai dettagli, le macchine a 20 all’ora, tombini ribollenti, strade mezze allagate dopo 10 minuti di acqua. Sono atterrata con mio padre, ci siamo prenotati lo stesso aereo senza saperlo, senza consultarci.

Ho dormito a casa di ZiaBianca, con le gemelle Ordine & Caos. Non fosse che Caos ha finalmente trovato pace, e che Ordine deve aver letto quella frase sulla stella danzante di Nietzsche. Sono bellissime, le gemelle. Giovani alte magre tutte occhi tutte gambe abbronzate. Fanno bene al cuore, le gemelle: camminano come dentro un campo magnetico, non sono mai più distanti di tot., bisticciano si abbracciano si cercano si guardano sbuffano e ridono, tutto dentro un perimetro invisibile, circondate da cose di ragazze, smalti costumi profumi libri boccette di vario colore e centinaia di foto appese al muro. Una tutta “English Business”, l’altra che ogni anno fa sei mesi in missione in Africa. Una che ha retto la famiglia, mentre l’altra si cercava. Una che poi ha detto alla famiglia “Beh adesso fate da soli”, ma solo quando l’altra si era trovata.
Due ragazze da sogno.

Ordine m’ha ceduto la sua cameretta. Di notte mi sono seduta sul letto, con la finestra aperta e la pioggia che suonava come un tamburo sulle palme in giardino.
Ho pianto molto perché mi sono sentita molto sola, come capita sempre quando atterro sull’isola, dove c’è una famiglia che è la mia, ma insieme anche non lo è. E’ difficile sentirsi parte per due giorni all’anno della vita di persone così distanti, e distanti da sempre. Nate e cresciute, distanti.
Ho pianto molto sulla prima foto del Piccolo, il mio primo nipote, il figlio della mia amica-sorella di una vita, che ovviamente ha scelto di nascere esattamente mentre io prendevo l’aereo. E dire che lei è tornata in Italia, per partorire. E il disgraziato ha aspettato che partissi io, per venire al mondo.
Ho pianto anche un poco perché ultimamente ogni notizia che arriva è infausta.
Poi ho pensato che tanto non avrei dormito. E invece mi sono svegliata col sole alto e la voce di Caos che protestava “E’ arrivato l’inverno”. C’erano venti gradi.
Beati isolani.

Siamo stati al mare, alla spiaggia della mia infanzia, e come sempre ho pensato che non ha senso andare altrove. Non c’è niente di più bello. Perché vado altrove? Per vedere anche altro, dirà qualcuno. Ma perché dovrei vedere altro, se nulla alla fine mi regala la stessa magia di quest’isola?
Ho guardato il mare. Ci sono entrata dentro. Ed ho pensato.
Ho pensato che vorrei un figlio. Che vorrei portarlo lì, ogni anno. Che vorrei che assaggiasse, come me, questa famiglia gigante, con parenti che sbucano ovunque e ti fanno festa anche se tu confondi i nomi, ed i piatti forti di ognuno di loro per cui per forza devi avere ancora uno spazietto, e le beghe, ma soprattutto l’amore, e l’odio a volte, e il mare, e vorrei un figlio che sapesse distinguere l’odore dell’eucalipto e della ginestra e collegarlo a qualcosa di bello.
Ho pensato a mio fratello che ne vuole tre. Come noi, giustamente, dice lui. Solo che per me noi siamo quattro, sono le confusioni da famiglia allargata, con buona pace della cattolica oltranzista che ci bolla come disfunzionali. Ho pensato che io, tre figli, non li avrò. Quattro direi nemmeno. E che le famiglie ingombranti servono anche a far sentire meno soli quelli che sono soli.
Anche se io, personalmente, ogni volta mi sento PIU’ sola, ma di sicuro è un problema mio.

Ho pensato è che con un figlio probabilmente avrei perso il mio momento più amato, in vacanza; essere la prima che si alza, camminare tre chilometri lungo la spiaggia per raggiungere bar e giornali, bere il caffè da sola, comprare i pomodori e il pane, e tornare indietro con l’acqua – trasparentissima – alle caviglie, e tutta la calma del mondo.

Ho pensato agli amici che mi dicono che coi figli l’isola non va bene. Molto meglio posti più civilizzati, molto meglio le spiagge attrezzate.
Questa estate ho passato una settimana con bimbi, in una spiaggia attrezzata (meravigliosa perifrasi per descrivere un posto in cui i bagnanti stanno in batteria come manco le galline del signor Amadori), in un posto civilizzato in cui la gente, nota per essere amabile ed accogliente, non sprecava un sorriso neanche sotto tortura. Il mare era marrone.
Marrone, dico.
I bambini hanno giocato esclusivamente con secchiello e paletta, alla faccia delle “attrezzature”, esattamente come faceva questa bambina qui negli anni ’80, però di fronte ad un mare trasparente, cristallino.

Ho pensato alla vacanza che ho fatto qui, da sola, con la nonna. Sarebbe più onesto dire che sono fuggita dal “continente” lasciandomi dietro una scia di domande e tristezza, e Nonna m’ha accolta con un sorriso complice e la sua casetta sul mare.
Ero fidanzata da anni, all’epoca. Stavo di merda, ma non lo sapevo. Avevo la mia routine da cricetino sulla ruota, il lavoro, il fidanzato, una lite al giorno leva il medico di torno, l’amore non è bello se non è litigarello, sangue su sangue non macchia va subito via, e così discorrendo. Poi un giorno ho conosciuto un tizio ed è stato come prendere un calcio da un mulo. Subito. SBAM! Addio, addio care certezze. Benvenuta, realtà.
Vorrei dire che è stato un sentimento forte a prima vista. No. E’ stato un incubo. Un terremoto. Da fuori, due che si incontrano e gli parte la testa. Da dentro, la distruzione del mondo per come lo conoscevo. Impossibile dar seguito a quell’incontro, impossibile far finta di nulla, impossibile andare avanti, impossibile spiegare al fidanzato che, improvvisamente, avevo scoperto di stare veramente, veramente male.
Nonna è stata l’ultima spiaggia. “Ho bisogno di stare da sola, vado da mia nonna”, è una frase a cui nessuno può opporre resistenza.
Beh, è stata forse la vacanza più bella della mia vita. Nonna m’ha viziata come se fossi nipote unica (siamo otto). Nonna non m’ha fatto mezza domanda. Nonna m’ha scippato “Leggere Lotita a Teheran” e se n’è innamorata. Nonna m’ha raccontato storie di famiglia, mi ha cucinato la sua frittata speciale, s’è disperata perchè non bevevo vino a pranzo. Potendo avrebbe chiesto un esame del DNA.
Sono tornata a casa che mi sentivo spensierata, nuova. Erano 10 anni fa.

Alla fine dalla spiaggia sono tornata in ospedale, con ancora le infradito e la sabbia attacccata addosso. La nonna ha dimostrato, a noi, al medico ed al mondo, che quieta quieta e sorridendo dolcemente, ci seppellirà tutti. Col suo bastone, i pomodori freschi ed un bicchiere di cannonau.
Ho ripreso l’aereo che mi sentivo già meno sola.
Ho guidato di sera tarda, dall’aereoporto a casa, col parabrezza talmente sporco che mi son dovuta fermare a lavarlo. Ci sono pazzi che lavano la macchina alle dieci di sera, nelle stazioni di servizio in piena campagna. Posso testimoniarlo.
Sono tornata alla mia casa, al mio Tecnologico, ai miei gatti.

La cosa che più mi è piaciuta di questa estate è stata sentirmi in vacanza anche senza viaggiare. Avere di nuovo la mia amica accanto. Il Tecnologico che imita l’ippopotamo per distrarmi quando sono incazzata.
La cosa che meno mi è piaciuta di questa estate sono stati i papà da spiaggia col culo ancorato al lettino, la gazzetta in mano e nessuna voglia di giocare, coi figli smollati ai primi che passano, ovvero mio cognato, addetto ufficiale ai castelli di sabbia, ed io, addetta ai mostri acquatici bambinofagi.
La domanda irrisolta di questa estate invece non c’entra un tubo: ma perchè i peggiori misantropi asociali che conosco hanno finito tutti per scegliere il mestiere di barista?

Mamma, le MAMME! (cronaca di tre giorni da zia)

Questi ultimi giorni abbiamo avuto un piccolo ospite a casa.
Chiunque mi conosca a questo punto dirà:
“LO SAPEVO, AVETE PRESO IL TERZO GATTO”.
Invece no.
No, neanche un cane.

Il piccolo ospite è il nipote cinquenne del Tecnologico. Il piccolo ospite era qui da solo, con la sua microborsa da toilette, i suoi micropantaloni, le sue micromagliette, il suo microcappellino e la sua MACROMEGAULTRAENERGIA VITALE.

Per capirci, questo ospitino è talmente buono che i suoi genitori possono permettersi di lasciarlo quattro giorni con noi, che figli non ne abbiamo, di bambini non ne sappiamo assolutamente nulla e che siamo anche discretamente cretini di nostro, ed aspettarsi al ritorno non solo di trovare vivo ed in buona salute LUI, ma pure gli adulti ospitanti.

Mangia, è sorridente, carino, gentile, piglia i no per no, non fa capricci, è coccolone, gioca con tutto e va d’accordo coi gatti. Solo la siglia di FiorellinoGiramondo in loop per 72 ore ha un poco provato i nostri nervi, ma sono dettagli.
(Il pallone ha provato i nervi dei gatti, ma son dettagli anche questi)

Insomma è il tipo di bambino che quando lo porti fuori dopo un poco le mamme altrui iniziano a guardarti brutto, o triste, con la faccia da bassethound e il lampeggiante “ma-io-dove-sbaglio” sulla testa, ed a me questa cosa scatena un’enorme voglia di scusarmi, di dire “sì è vero c’ho le zeppe le unghie pittate e la faccia di una che di notte dorme, infatti sono LA ZIA”.
Comunque per la prima volta in vita mia ho avuto un assaggio di comunità mammesca da parchetto, e devo confessare che ne sono uscita veramente terrorizzata.
A me, le mamme, fanno paura. Sarà l’inesperienza.

Intanto, i bambini urlano. Quasi tutti. Le loro mamme di più. Io per lavoro ogni tanto me la cammino in aziende dove per lavorare hai l’obbligo di protezione auricolare, e sono pronta a giurare che i parchetti, le piscine, le vasche con la sabbia ed i famigerati “gonfiabili” hanno intorno un volume di decibel che in confronto il reparto molatura degli acciai speciali è il monte Athos.
Poi, la conversazione che nasce spontanea mentre i bimbi giocano: UN FOTTUTO CAMPO MINATO! Le mamme, quasi tutte, si stanno lamentando. Il bambino non mangia, non beve, non dorme, picchia i fratellini, non ascolta, è stitico, è capriccioso, insomma il generico, quello che ognuno di noi ha sentito mille volte per direttissima dalla mamma propria. Solo che poi le mamme non vogliono una risposta, no! le mamme vogliono essere assecondate, ed è tipo un gioco a scacchi che tu, non mamma, non sei proprio in grado di giocare.
Sono carinissime, partono veramente innocue, dolci: “Scusi sa se Armandino sta cercando di cavare un occhio al suo bambino, è nella fase della violenza abbestia e dei capricci ululanti”.
Tu, come nei libro-games, hai due scelte:
1) “ah sì vedo vabbè al giorno d’oggi occhio più, occhio meno, si figuri”.
2) “beh se prova a richiamare un attimo L’Armandino Furioso io mi sincero che MIO NIPOTE sia ancora tutto intero”.

Se rispondi la 1, oltre a venir fulminata sul posto ti cucchi il riassunto di tutti i libri di Tata Lucia in cui si spiega che il bambino che mena è IL MALE IN TERRA.
Io capisco che nessuno voglia essere il genitore del “bambino che mena”, ma sono anche sicura sia ancora peggio essere il genitore di quello che le piglia sempre.
Parola di ex bambina che le pigliava sempre.

Se rispondi la 2, SCIAGURA A TE! Intanto mio figlio è buonissimo, ipergeneroso pacioccone amoooore di mamma, la sua è solo una fase, poi suo nipote ha provocato mio figlio scegliendo un secchiello più bello del suo, eppoi SE LEI NON E’ UNA MADRE NON PUO’ PERMETTERSI DI PARLARE.
(eccheccazzo, ma che è in fase istericoaggressivaferoce mica l’ho detto io!)

Io, per l’appunto, non sono una madre. Però sono mezza sarda: sono piccola, sono riccia, sono scura, e se mi girano le balle ti meno.
Io, in questo preciso momento, non c’ho obblighi educativi di sorta. Non devo dare nessun buon esempio per la vita. Quindi io, adesso, prendo il secchiello incriminato e te lo calco in testa, poi scosto Armandino dalla schiena di mio nipote, tappo le orecchie al nipote suddetto e me ne vado imprecando ad alta voce volgarità che Armandino imparerà al volo e riproporrà ad ora di cena. Ecco.

No, la risposta giusta è quella che io, da “nonmamma”, non posso dare: perchè non la so!

In compenso di “risposte giuste” posso ascoltarne un sacco ed una sporta.
Prova a dire che ieri il pargolo ha voluto pasta al sugo (e che ti risulta che il 70% della sua dieta sia pasta al sugo in questo momento) e non sai cosa dargli a cena.
Provate. Io vi sfido ad andare ad un parchetto alle cinque di pomeriggio e dire:
“Ieri ho fatto la pastasciutta ed oggi non so cosa preparare per cena a MIO NIPOTE”.
Il 10% partirà in quarta con “IO MIO FIGLIO NON LO LASCEREI CERTO A DEGLI ZII INESPERTI”.
Sì, sono dei genitori impavidi, sono d’accordo…ma la cena?
Un 20% scoppierà a piangere e ti confesserà che il loro, di figlio, MAMMAGARI la pasta al sugo. Preghiere suppliche disperazione, e alla fine accetterà di ingurgitare mezzo kinder pinguì guardando cartoonito.
Sì, ok, a me dispiace, ma…la cena?
Il restante si accapiglierà sulle ricette serali migliori per dormire bene, fare la cacca, rispettare l’ecosistema.
Ecco la cena.

Mentre loro litigano, tu dileguati.

Insomma ieri alla fine di una giornata di piscina, scivoli d’acqua, altra piscina, ancora scivoli, mangiare panino, schifare melone, no-il-bagno-ora-no, gonfiabili, sabbia, altri gonfiabili, zia giochiamo che tu eri questo e io ero quello, zia posso avere un ghiacciolo (per altro qualcuno mi spiega perchè immediatamente, alla comparsa di un bambino, gli uomini fanno quadrato e tu ti trovi istantaneamente relegata nel gruppo femmine, MENTRE PURE IL TUO AMICO STORICO INIZIA A FAR COPPIA CON TUO MOROSO?), zia vado sullo scivolo dei grandi con lo zio, zia guarda, zia vieni, zia sali, zia fatti i cazzi tuoi che sono grande e so nuotare (altezza acqua: 50 cm), ho pronunciato per la prima volta in vita mia la frase mantra di tutte le estati:
“Esci dieci minuti dall’acqua che hai le manine a grinze”.
E stupefatta come di fronte al derby dello 0-6, ho visto questo bambino santo, santo, santo, pigliare, uscire dalla piscina e venire a farsi asciugare senza dire nè no nè bò, col sorriso e gli occhioni felici.
Questo bambino bellissimo, che mi chiama “Sia” con la esse al posto della zeta, che la sera mi si arrampica tra le braccia e mi chiede di raccontargli la storia di come ho conosciuto “lo Sio”.
E mentre questo bambino piccolo e nero com’ero io alla sua età si strofinava contro l’asciugamano, ho sentito distintamente la sciura davanti a me, sfinita dal tentativo di recuperarsi la pargolanza dall’acqua, mandarmi telepaticamente la parola:
“Stronza”.

Ed ho saputo, veramente saputo, di meritarmela.
A me col cazzo che verrebbe così buono, un figlio.

5 cose che non sopporto negli uomini e che il mio non ha (piu’ bonus track)

Sarà anche vero che sono fidanzata da anni. Sarà anche vero che “scurdammoce ‘o passato” quando sei felice è un’attività che viene facile. Ma essendo arrivata a Sua Santa Tecnologia in età che oserei definire matura, la mia dose di brutture me la sono cuccata tutta e me la ricordo pure molto bene. E le brutture che più ricordo sono quelle ricorrenti, quelle per cui si lamenta la zia dello zio, la nonna del nonno, la mamma DEI papà (mia madre è una donna in gamba), l’amica dei suoi fidanzati e la sorella pure. Sono quelle brutture che leggi nei blog di mogli mamme fidanzate e conviventi, nei forum di mogli mamme fidanzate e conviventi, che senti in autobus dalle stesse, che fanno la fortuna di gente come Rita dalla Chiesa, Marta Flavi e Maria de Filippi.
Sono cose che fanno anche, un po’, la felicità mia, che mi guardo intorno e penso “Mai più!”.
O, a voler essere onesti, spesso anche “CHE CULO!”.
Le cose che non rimpiango in nessun modo e che non potrei più sopportare:

1. L’inettitudine generica casalinga. L’incapacità (o presunta tale) di infilare un bicchiere in lavastoviglie (semmai quella sono io). L’incapacità (o millantata tale) di comprendere la differenza tra il ciclo “BIANCHI MOLTO SPORCHI” e “COLORATI DELICATI” scritto a lettere cubitali sulla lavatrice, manco fosse cirillico. Lo stillicidio di piccole quotidiane mancanze di rispetto, dalla mutanda sporca per terra alla tazzina del caffè piantata sul ripiano della cucina.
Il mio moroso è performante. Ma soprattutto, Dio lo benedica, mio moroso coglie la banalissima verità da Tarzan&Jane che alle otto di sera, dopo 12 ore di lavoro, io stanco, tu stanca. Io cucina, tu lava. Io riordina, tu stende. Proprio perchè uno, da solo, non ce la fa. E se ce la fa, dopo non devi lamentarti che è come vivere con il Grinch.

2. La gnorritudine. AH, c’era da buttare l’immondizia? AH, dovevamo andare a pranzo dai tuoi? AH, c’era qualcosa da fare che non mi andava?
ASPETTA AMORE CHE SCENDO DAL PERO.
Mio moroso non è gnorri. Al massimo dimentichello, ma vive con me che sono una rincoglionita cosmica, quindi lui al confronto sembra Enrico Fermi in una giornata particolarmente ispirata.

3. Il calcio, o il fanatismo sportivo in generale (semmai quella sarei io). Quindi non so (più) cosa voglia dire calibrare gli impegni a seconda della partita. O lavare tute e scarpe incrostate di fango. O dover discutere per chi legge prima la Gazzetta.
E m’è andata bene: lui sarebbe interista. Pensa cosa si fa per amore, pensa.

4. La dissimulazione selvaggia. Nessuna finta storta al mignolo per non cambiare una lampadina. Nessuna faccia da mucca che vede passare il treno nel momento in cui apri bocca per raccontare la giornata. Nessuna scusa patetica per non passare l’aspirapolvere o per non nutrire il gatto o per non cambiare le lenzuola o per non uscire con le tue amiche. Io avevo un fidanzato che soffriva di terribili dolori di stomaco ogni singola maledetta volta che uscivamo, anzi no, che STAVAMO PER USCIRE, coi miei amici. E come chiamavo per disdire, le voilà, signori e signore, LAZZARO RISORGEVA!
Nossignore, il Tecnologico non dissimula. Non dissimula perchè è in grado di articolare “NON HO VOGLIA” in circa quindici diplomaticissimi modi differenti. No, dai, ho mentito. Non sono diplomatici neanche un poco.
Vivaddio.

5. Allergia allo shopping. Tutte quelle espressioni da morti di noia che hanno gli altri uomini fuori dai camerini. Tutti quei commenti “ti sta benissimo” “è bellissimo” “meglio quello o l’altro? BOOOH”. Quei visi smunti da dio-ti-prego-uccidimi-ora che si vedono da Intimissimi il sabato pomeriggio. Nada. Felice come una pasqua. L’idolo delle commesse, l’invidia delle altre acquirenti.
In compenso può rispondere senza battere ciglio cose come “è orrendo”, “ti fa un culo come una portaerei”, “non mi piace”, “se compri quelle scarpe ti sparo”.
E no, non volete sapere che risposte possono arrivare alla fatidica domanda “mi trovi ingrassata?”.

bONUS TRACK: Una cosa che non sopporto degli uomini e che c’ha pure mio moroso:

Da dove sei tu senti il ticchettio dei tasti, i suoi sospiri, i lamenti e le bestemmie sibilate che regolano l’andamento della partita a World of Tanks. Oppure il motivetto canticchiato a mezza voce, il filo d’acqua che esce dal rubinetto e lo spazzolino che fa brush brush brush bello allegro. Oppure ancora i passi, il tamburellare delle dita sulla scrivania, o il tintinnare delle posate che sta riponendo.
E lo chiami: “Amore?”
Nulla.
Riprovi alzando un poco la voce: “Amore!”
Niente.
Urli: “Ehiiiii…AMOREEE!”
Zero. Continui a sentirlo vivere e muovere al di là del muro o della porta, ma neanche sempre, non occorre sia in un’altra stanza.
Dopo un paio di urla che stanerebbero un orso in letargo, assolutamente inutili ed inascoltate, lasci andare decenni di educazione simil-prussiana (non siamo al mercato del pesce, diceva mia madre, a sua volta però grande urlatrice) e ti cimenti in delle grida da maiale scannato, roba che si spaventano i vicini, i gatti e si sposta pure un poco il satellite di Sky: “AAAMOOOOOOOOOOOOOOOREEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE PORCAAAAAAAAATROIAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA”.
E lui si sporge, ti guarda e dice: “Oh mi hai chiamato?”.

La sordità selettiva. Perchè lo stesso individuo salta in piedi al primo rumore dubbio, proveniente da due stanze più in là e mentre guardiamo telefilm a volume sparato.
No, non ditemi che è il mio. Ho visto per trentanni mia madre tirare le stesse urla belluine da battaglia medievale per attirare l’attenzione di mio padre, seduto in poltrona due metri più in là.

Bisogna rettificare anni di lamentele. Non è “non mi ascolti”.
E’ proprio “Non.Mi.Senti.”

Ma perchè??