So you think you can tell?(Heaven from Hell, Blue skies from pain)

Avevi creduto davvero
Che avremmo parlato Esperanto?
L’avevi creduto davvero
O l’avevi sperato soltanto?
(Rumore di niente, F. De Gregori)

Quella prima della mia è una generazione, oggi, di genitori attoniti. Non tanto la parte che ha l’età dei miei genitori, quella in mezzo tra me e loro, quelli che hanno oggi un figlio di venti/trent’anni. Avevano detto loro di far studiare i figli, che il mondo aveva bisogno di laureati, di laureati di tutti i generi, di qualunque materia, di ogni specialità. Erano fioriti corsi di laurea praticamente per qualunque mestiere, nomi lunghissimi per lezioni fino a poco prima inesistenti e sconosciute. La maggior parte li ha fatti studiare, i figli. Ha sgobbato per dare loro un futuro supposto migliore, s’è commossa alla laurea, ha conservato le foglie della corona d’alloro, ha sperato. E adesso guarda con sgomento questi figli a cui lo studio doveva aprire ogni porta fermi lì, non solo senza poter salire questa famosa scala sociale, senza nemmeno prospettiva di un lavoro umile, ma “sicuro”, come quello dei genitori.

Io farò parte – faccio già parte? – della seconda generazione di genitori attoniti. A noi dicevano di viaggiare.
Viaggiare, imparare le lingue, scoprire il mondo. Le feste “internazionali” a scuola. L’inno alla Gioia. Topolino che puntualmente citava l’esperanto, i professori che si prestavano perfino a gite all’estero.
Io non ho viaggiato (tanto). Non ho fatto vacanze studio, non ho fatto corsi di inglese, non ho fatto Erasmus, Interrail, zingarate.
A casa mia non ci si pensava proprio. Costa, mi avrebbe risposto mia madre. Sei matta? In realtà io neanche ho mai domandato. I miei erano (sono) benestanti, ma frugali; gente che si faceva (fa) un gran culo per pagare un gran mutuo, per garantire un futuro di mattoni contro le lusinghe di quello di paglia. Le vacanze in giro per mia madre erano “paglia”, roba inutile, effimera, denaro buttato. Le vacanze si facevano nella casa di montagna, punto. Sempre lì, solo lì. Si andava a funghi, al lago, a fare un picnic.

Quello che ho visto lo devo a mio padre, che ama fortissimamente viaggiare e che fu così pazzo da ficcare tre figli in una roulotte e portarseli in giro per mezza Europa, a volte programmando con cura certosina, altre improvvisando completamente. Lo sciopero dei camionisti francesi nel 1992, anno in cui la roulotte doveva percorrere le strade francesi, gli fece cambiare rotta nella più totale anarchia, e finimmo per visitare Austria, Germania e Olanda divertendoci come pazzi, perdendoci agli svincoli, sbagliando campeggio e finendo in una specie di comunità hippie per camionisti in pensione, per poi finire con Parigi e Costa azzurra che stranamente furono, alla fine, la parte meno bella della vacanza.
A 19 lavoravo, a 20 ebbi il primo contratto regolare, 8 ore al giorno, 5 su sette, ferie solo ad agosto. Un sogno per moltissimi oggi, non mi sto lamentando, sia chiaro. Ma di viaggiare non si parlava. Qualcosa, ogni tanto. Poco, pochissimo, comunque.

Così ho coltivato il desiderio di far viaggiare Mimosa, o di viaggiare con lei. Andremo, faremo, ci diciamo col Tecnologico. Viaggi studio, viaggi e basta. Roulotte, camper, tenda, chissenefrega. EuroDisney in età da principesse, Londra e Parigi, Barcellona e Lisbona. Le coste croate a scendere fino a Spalato. E ancora sì, corsi di inglese, magari perfino un anno di superiori negli Stati Uniti. Vedere, guardare, annusare, toccare, provare. Insieme, ma andava bene anche solo lei.

Adesso. La mattina dopo la notte del Bataclan, la mattina dopo l’attentato di Nizza, dopo Berlino, tutte queste mattine hanno avuto un impatto che rasentava la schizofrenia, perché in tutti i casi mi sono trovata a leggere queste notizie, a scremare tra i messaggi di whatsapp via via sempre più numerosi, proprio mentre si svegliava mia figlia. Contemporaneamente, l’orrore e l’allegria, la morte e il primo sorriso del giorno, la paura e la totale inconsapevolezza, innocenza. Dopo Nizza, in particolare dopo quella foto del lenzuolo a coprire un corpo con accanto un orsetto, lei mi ha sorriso dal letto con tutto l’impeto che hanno i bambini di fronte ad un nuovo giorno, ed io mi sono appoggiata allo stipite della sua porta ed ho pianto guardandola.
Perché ho paura per lei, per noi. Perché Mimosa mi ha reso incredibilmente fragile sotto certi aspetti, ed ha reso incredibilmente più intollerabile il dolore anche altrui, questo dolore qui, di un figlio, di una madre, questo che non immaginavo esistesse con questa potenza. Perché l’amore per i figli, sì, te lo dicono tutti che arriva violento come un uragano, ma dietro a quello tutto viene amplificato, pure i timori, la paura, un desiderio di protezione che si scontra contro la certezza della propria impossibilità, impossibilità di prevenire, migliorare e sì, proteggere davvero. La madre come goldone bucato, questa sensazione no, non rientra nel quadretto della canonizzazione della maternità.

Adesso, sono qui seduta come una a cui ogni volta rubano un pezzo. Un sogno. Un desiderio. Un’aspirazione. Costretta a guardare senza sapere come cambiare, come aiutare. E vorrei fare la figa e dire “No sai la nostra vita non cambierà, non ci fermeranno”, ma sticazzi. STICAZZI. Ci hanno già fermati, per quanto mi riguarda: perché magari sì, andremo ovunque, ma con questa ansia sotto che si mangia la gioia. E magari sì, potrò offrire l’andare e viaggiare a Mimosa come un dono curato per anni, ma in realtà non sarà lieve. In realtà non lo vorrei più.
[E sì, lo so che l’imprevisto, la malattia, la guerra, le carestie, gli agnellini nei macelli, il medioriente, gli anni di piombo e stocazzo ci sono sempre stati. Il punto è che io ero tra quelli che sì, ci avevano creduto davvero che avremmo parlato Esperanto.]

Quello che non sto raccontando

Quello che non sto raccontando è una categoria che è fissa da alcune settimane nella mia testa, il problema però – perché ovviamente c’è un problema – è che solitamente quando ho due minuti per scrivere mi accorgo che MI SONO DIMENTICATA COSA VOLEVO DIRE. Sono riuscita a trasportare la mia unica ed atavica capacità di perdere il filo dal parlato allo scritto. Mitica! Che te ne fai degli altri, tutta la cretineria che ti serve è dentro di te!

Una delle cose che non sto raccontando è che di recente ho ritrovato due amicizie. Una di infanzia ed una di gioventù.
E mi sono ritrovata a dovermi ricordare plurime volte che, se nel caso dell’ultima è stato solo cattivo tempismo a farci perdere di vista, nel caso della prima posso dire che è stato solo buon fiuto, fin da bambina. La vocina che ad intervalli regolari mi ripete “stai attenta verba”. E io sto attenta, sono di nuovo brava, ligia, col mio grembiule. E riguardando mi rendo conto che anche allora avevo questa cosa, questa distanza tra parola e pensiero, per cui sto annuendo magari, ma non è detto che io ti creda. O ti ascolti. Non credo di essere mai stata illusa, neanche da bambina, quando eravamo amiche. Io lo sapevo che c’era molta rabbia dietro a quelle codine.

Una delle cose che non sto raccontando è che si sposa la mia amica Timida, che poi tanto timida non è mica più, e si sposa con il mio amico Timido, che ha superato di slancio la timidezza di alcuni anni da cotto senza molte speranze ed è passato rapidamente da eterno aspirante a fidanzato a promesso sposo. Ed è una storia bellissima, che mi commuove ogni volta che ci penso. Anche se la loro wedding planner ha un piglio così deciso che mi aspetto ci mandi tutti a casa a cambiarci, al matrimonio.

Una delle cose che non sto raccontando è che una persona che fa finta di non ricordare quasi neanche come mi chiamo – ma lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo che era tutta scena – di recente mi ha detto “io lo so che tu compi gli anni in aprile”.

Una delle cose che non stavo raccontando non era ancora successa fino ad oggi.
Ero in macchina con Mimosa e le ho chiesto se volesse ancora un biscotto.
“No mamma”.
“Vuoi acqua?”
“No mamma”.
“Vuoi il ciuccio?”
“No, mamma…voio una carezza”.

Una delle cose che non sto raccontando, una tra mille, è che a me almeno una volta al giorno da due anni si sgretola il cuore.

“ciao, neh”

Dopo l’anno che “fermati due giorni in più che stiamo aspettando un plico importante, carte per una causa”, ed i giorni divennero cinque perché il corriere FALSIFICO’ la bolla di consegna per non portarmi il plico, e ci vollero telefonate di insulti ed avvocati per riaverlo. Oooops.

Dopo l’anno che “fermati tre giorni in più che ci sarebbe da archiviare quello che è rimasto indietro”, ed i giorni divennero sette perché esplose il server e ci volle l’intervento urgente di un tecnico più un server nuovo. E tante bestemmie.

Dopo l’anno che “va bene, mi fermo io la prima settimana” perché quel cliente ha minacciato di andarsene se non riceve il suo servizio IN AGOSTO, perché lui in agosto lavora, ed i giorni divennero quasi dieci perché il cliente non voleva la prima settimana, voleva la seconda. Ma sì dai, servizi alle aziende a ferragosto.

Dopo l’anno – questo – che “dai lavoro fino al sette perché aspetto un plico urgente, il cliente vuole le visite in agosto e bisogna archiviare”, che è diventato lavoro fino all’11 perché il gestionale da un miliardo di paperdollari ha deciso che lui NO, lui rivede i parametri secondo cui gli si chiede di lavorare. E bloccati 3 giorni col programmatore.

Dopo questo, ieri che era il primo, PRIMO, giorno di vacanza della sottoscritta, laddove capo, collaboratori, colleghi sono in ferie dal primo del mese, nel primo pomeggio arriva la prima chiamata di cliente impanicato che “ti cercavo ma dove sei”.

IN FERIE.

E DA STASERA, ALL’ESTERO.

E il mio cellulare sai dove resta?

IN ITALIA.

ciao, eh. ciao.

 

Kenya, diario minimo (02)

giorno 3

La sveglia suona alle cinque e mezza. Rotolo fuori dalla zanzariera completamente rintronata. Fuori dalla finestra il buio è totale, non c’è mezza luce, anche perchè in Kenya l’elettricità non è una cosa così scontata e la maggior parte degli hotel ha generatori di corrente propri con cui fa fronte ai numerosi black out. In qualche modo deambuliamo fino al bagno, richiudiamo le valigie cercando di non dimenticare parti fondamentali (autan-adattatori-mutande), andiamo a fare colazione ancora immersi nella notte. La famiglia di Draco ci fa compagnia. C’è una valanga di frutta che manda un profumo delizioso, ma memore degli avvertimenti letti sui forum e sulle guide decido che la prospettiva di passare le prossime 12/14 ore a bordo di un sei posti toyota 4×4 nel bush, dove non puoi fermarti in nessun caso e scendere per nessuna evenienza, in preda al cagotto fulminante, è abbastanza pulp per desistere dall’assaggio. Quindi opto (optiamo) per una svolta sobria ed a basso contenuto calorico: salsicce, uova, pomodori alla piastra. Burp!

Finalmente si sale sull’amico furgoncino e si parte. Albeggia mentre riprendiamo il nostro viaggio meraviglioso, con K. che ci indica qui e lì animali più o meno nascosti (riuscirebbe a vedere un camaleonte tra i rami di un albero a 200 metri: è PAZZESCO l’occhio che ha). Il furgoncino ha una radio con cui tutti gli autisti comunicano tra loro in un linguaggio in codice (giuro! sai mai che un turista parli swahili e comprenda di che bestia si sta parlando) per condividere avvistamenti particolarmente interessanti. Iniziamo a capire che, nello stronzo modo in cui tutto da noialtri è competizione, c’è una classifica a punti anche per il safari, basata sull’avvistamento di animali particolarmente rari, o timidi, o prevalentemente notturni: il principe di questa classifica è il Rinoceronte (il Tecnologico: anche tu saresti timida se fossi quasi estinta!!), seguito da ghepardo, leoni, leopardi. I turisti sembrano ragazzini con le figurine panini dei calciatori, io ce l’ho-non ce l’ho- ce l’ho doppio. Gli autisti e le guide cercano queste bestie-bonus con attenzione caparbia. Quando rientri nei lodge la domanda che tutti si fanno è “tu cos’hai visto”. A me mette una tristezza infame, sarà che ho viaggiato poco in vita mia, sarà che il mio senso preferito è l’olfatto per cui già solo annusare quest’aria, l’argilla umida che si asciuga, il profumo di piante ed erba secca mi basterebbe per dire che è stata una giornata splendida e fruttuosa, ma questa garetta alla figurina mi sembra svilire la meraviglia che abbiamo sotto gli occhi: alba, colline, alberi-ombrello, centinaia di orme differenti rimaste sul terreno sabbioso nella notte.

Dopo un giro ulteriore nel parco di Tsavo Ovest, con tanto di corsa a rotta di collo nel tentativo (fallito) di avvisare il riottosissimo Rinoceronte Nero (100 km/h su strada sterrata nel nulla, per i miei gusti il panico totale, anche se Rhino fosse rimasto fermo immobile tra le frasche a farci inchini col corno non ne sarebbe valsa la pena, ma tant’è), ci accodiamo ad alcuni altri pulmini per uscire dal parco e prendere una sterrata (120 km!) verso il parco Amboseli.
Arrivano gli altri pulmini. Arrivano alcune Jeep.
Uhm.
C’è della gente armata.
Uhm! C’è della gente armata di Kalashnikov!
Uhm!!! C’è della gente armata di Kalashnikov nel furgoncino di testa ed in quello di coda!
K. ci spiega che avremo la scorta perchè un tratto di strada costeggia la Tanziania e ci sono “dei ragazzi” con cui potremmo avere problemi. “Un’ipotesi remotissima”, ci assicura. Io prendo il cellulare ed inizio a scrivere il mio testamento su Whatzapp, dotata come sempre di grandi risorse ed impareggiabile ottimismo.
Il Tecnologico sbava alla vista dei fucili ed inizia a farsi spiegare furiosamente termini Swahili con cui costruire la frase “Ciao amico guardia armata, posso provare il tuo Kalashnikov sparando due caricatori in aria?”.
Io cerco di buttargli del Lexotan nell’acqua ma fallisco miseramente.

Partiamo. Al nostro autista l’idea della carovana palesemente non piace: tempo 10 minuti e non si vede più nessuno nè dietro nè davanti. Amen, tanto ho poco da lasciare, il testamento è pronto.
Ci fermiamo sopra un’enorme distesa di pietra lavica nera e terra bruciata. A., l’autista, deve amare molto questo posto perchè una volta scesi mi invita più volte a considerare che la distesa nera che si estende a perdita d’occhio una volta era “tutto fuoco”. Ha ragione lui, l’idea è insieme spettacolare e terrificante.
E’ un altopiano nero da cui si gode di un panorama stupendo. Immaginarlo in fiamme non è difficile, si staglia contro il cielo, si staglia contro le sfumature di giallo e di verde che ha tutto il resto del paesaggio.

Risaliamo e procediamo su questa strada di terra battuta, ai due lati alberi, arbusti ed erba da cui fanno capolino zebre, giraffe, struzzi, ci guardano senza timore e quasi sempre senza interesse. Le zebre attraversano correndo e riprendono il passo appena superata la strada: brave bimbe!

Ogni tanto, a distanza di 10, 20 km l’uno dall’altro, scorgiamo delle capanne costruite interamente di fango argilloso, muri e tetto, circondate da cespugli spinosi a difesa dagli animali. Sui cespugli che le circondano ci sono panni stesi al sole. Piccoli gruppi di caprette, spesso guardate a vista da ragazzini che salutano con la mano. Vorrei avere un tir di acqua ed invece non abbiamo nulla con noi. Li lasciamo esattamente come li troviamo ed è un pensiero doloroso, cattivo.
Rimedieremo poi, ma lì per lì ha l’effetto di un calcio in faccia. Questa è gente che ha meno di niente. Non c’è luce, non c’è acqua, non c’è cibo, tutto è lontano decine di kilometri, scuole comprese, e nel coprire quei kilometri più volte per andare a scuola o trasportare i 20 litri d’acqua che spettano al giorno passa l’intera giornata.
L’intera vita.

Dopo un paio d’ore arriviamo ad un check point. Alcuni poliziotti armati, una piccola “caserma” tra gli alberi. Veniamo circondati dagli abitanti del posto, si avvicinano per vendere manufatti di ogni genere, non abbiamo ancora cambiato in scellini, alla fine mettiamo insieme gli euro che abbiamo per comprare frutta, il signore che la vende in pagamento oltre agli euro vorrebbe le scarpe del Tecnologico. Karibu Kenya: non fosse che ha portato un unico paio, il Tecnologico gliele darebbe.
Si riparte, dopo che l’autista ha “manciato” gli agenti.
Ci spiegano che il tratto di confine è passato, il check point serve proprio a controllare che lo si sia superato indenni, anche se ovviamente “è una precauzione quasi inutile”.
Il paesaggio poco a poco cambia. Qui c’è molta più acqua, più verde.
Arriviamo all’ingresso del parco di Amboseli, prima ci aspettano per il check in nel campo tendato, anche qui veniamo circondati da venditrici di monili, anche qui siamo senza soldi per cui una donna mi propone un baratto, e cedo la bandana che ho sulla bocca (il furgoncino ha il tetto che si alza e la sabbia invade ogni centrimentro di pelle e di stoffa) in cambio di un bracciale da uomo bellissimo, in cuoio con la bandiera del Kenia, da cui il Tecnologico non si è ancora separato.

Il cosidetto “campo tendato” è a tutti gli effetti un altro bellissimo complesso immerso nel verde, con ristorante e bar in legno, recetpion, cambio (FINALMENTE), e tende grosse come casette, con all’interno un bagno con doccia in muratura e perfino una scaldaacqua per farsi il the.
Il nostro ha il retro che da direttamente sul Kilimangiaro.
No, dico: sul KILIMANGIARO.
E qui, comunico la ferale notizia: alle falde del Kilimangiaro NON ci sono Watussi e NESSUNO balla l’Hullygully. Sigh.

Comunque, per essere una tenda è una tenda, nel senso che il vento sibila da un lato all’altro e la sensazione di essere immersi nella savana è totale. Con lieve timore annesso.

Come il giorno prima, pranzo e ripartenza per esplorazione del parco. Il parco di fatto ha enormi prati verdi, nessuna altura, e immense zone paludose dove elefanti ed ippopotami stanno a mollo beati. L’occhio non incontra ostacoli fino all’orizzonte, è di una bellezza commovente. Tra noi e l’orizzonte, mandrie: di Gnu, di bufali (che grossi!), di zebre, di elefanti. Elefanti grandi, enormi, giganteschi, medi, cuccioli, ognuno con qualche uccellino posato sopra, per la gran parte indifferenti al nostro passaggio, anche se ci accorgiamo che c’è sempre un maschio che ci osserva mentre il resto del “branco” pascola sereno: una vedetta delle dimensioni di un pullman Granturismo.
Un pulmino ne fa innervosire uno: io di imbizzarrito avevo visto solo un cavallo, quasi me la faccio sotto. L’autista, nel dubbio, prende un’altra strada. K. ci racconta che l’animale più pericoloso per l’uomo è il bufalo, seguito dall’ippopotamo, cancellando dalla mia immaginazione anni di visione del cartone animato con IPPOTOMMASO pacioccone ed amichevole.
Pare sia aggressivissimo e permaloso.

l'elefante infastidito

Alla sera, tornati al campo, abbiamo due sorprese, una bella ed una brutta come nella migliore delle tradizioni: la bella è che la Draco-Famiglia ci ha aspettati per unire le tavole e cenare tutti insieme. La brutta è che il proprietario di questo Lodge, un tedesco, ha proibito che i turisti cenino con le guide: tutti nello stesso ristorante, sì, ma tavoli separati. Siamo in africa, siamo ospiti, turisti, abbiamo scelto di venire qui: che cazzo di senso ha separarci dalle nostre guide kenyote? K. ci sorride quando esplodiamo in una valanga di improperi, ma fa anche segno di non prendersela.
Il che ci fa incazzare ancora di più.

Cena africana buonissima (con sguardo di compassione nei confronti dei connazionali in fila per la pizza) e un pensiero che corre a Lucy ed ai suoi post sulle “interpretazioni” americane della cucina italiana: non ho una foto a testimonianza, ma giuro che c’era una grande teglia di buonissima “Beef Moussaka”, ovvero ragù con verdure, da mangiare come secondo di carne.
Tu pensa ad un greco che va in kenya! :-D

Dopo un rapido passaggio attorno ad un grande falò, di fronte a cui i Masai si stanno esibendo nella loro danza tipica (saltando come io non riuscirei a fare neanche con un calcio in culo), torniamo alla tenda dove crolliamo dal sonno nonostante l’ora ed i sussurri di animali ed insetti portati dal vento.